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Radon negli edifici, misurazione e tecniche di risanamento

Il gas naturale radioattivo è impercettibile e può accumularsi negli spazi chiusi: norme e strumenti per ridurre l’esposizione.

La qualità dell’aria negli ambienti chiusi richiede particolare attenzione alla presenza di Radon-222, un gas nobile radioattivo invisibile, inodore e insapore. La sua presenza non può essere rilevata dai sensi e deve essere individuata attraverso strumenti specifici. La gestione del rischio si basa quindi sulla misurazione delle concentrazioni e sull’analisi delle condizioni che favoriscono l’ingresso e l’accumulo del gas negli edifici.

Il Radon-222 deriva dalla catena di decadimento dell’uranio-238, presente naturalmente nella crosta terrestre, nelle rocce e in alcuni materiali da costruzione. Il suo tempo di dimezzamento è di circa 3,82 giorni, un intervallo che consente al gas di risalire dal sottosuolo e concentrarsi negli ambienti chiusi prima del decadimento. Il Radon-220, conosciuto anche come Toron, ha invece un tempo di dimezzamento di circa 55 secondi e tende a decadere prima di penetrare nelle fondamenta o nei materiali edilizi.

Come entra negli ambienti chiusi

La principale fonte del gas è il suolo, indicato nel testo come responsabile del 61% dell’apporto, seguito dai materiali da costruzione con il 20%. L’ingresso è favorito dall’effetto camino, cioè dalla depressione che può crearsi all’interno dell’edificio per le differenze di temperatura e pressione con l’esterno. Il gas può passare attraverso fessure e microcrepe nei pavimenti e nelle pareti delle fondazioni, giunti tra pavimento e pareti non adeguatamente sigillati, cavedi e passaggi degli impianti.

Un ruolo può essere svolto anche dall’impiego di materiali porosi o caratterizzati da una maggiore esalazione, come tufi e pozzolane. Per valutare l’esposizione è necessario misurare la concentrazione in Bq/m³, l’unità che indica il numero di disintegrazioni radioattive al secondo per metro cubo. Il decadimento produce particelle alfa e prodotti secondari, i cosiddetti figli del radon, che possono legarsi al particolato presente nell’aria e raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato il radon nel Gruppo 1 dei cancerogeni e lo considera la seconda causa di tumore polmonare dopo il fumo. Secondo le stime riportate nel testo, in Italia sarebbero circa 3.300 i decessi annui attribuibili all’esposizione, pari a circa il 10% degli oltre 32.000 casi complessivi di tumore polmonare registrati ogni anno. L’OMS indica un aumento del rischio del 16% per ogni incremento di 100 Bq/m³ nella concentrazione media annuale. L’interazione con il fumo di sigaretta può inoltre moltiplicare il rischio per le persone fumatrici esposte.

Norme, controlli e interventi

Il decreto legislativo 101 del 2020, che recepisce la direttiva 2013/59/Euratom, stabilisce il quadro per la protezione della popolazione e dei lavoratori. Il livello di riferimento medio annuo è indicato in 300 Bq/m³ per le abitazioni esistenti e i luoghi di lavoro e in 200 Bq/m³ per le nuove costruzioni realizzate dopo il 31 dicembre 2024. Il Piano nazionale d’azione radon prevede una strategia decennale fondata su misurazione, intervento e coinvolgimento.

Il datore di lavoro è tenuto a effettuare controlli nei locali sotterranei, negli stabilimenti termali e nelle aree considerate a rischio. I risultati devono essere trasmessi e conservati nella banca dati nazionale SINRAD, gestita dall’Istituto nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Per le misurazioni di lunga durata viene utilizzato soprattutto il dosimetro a tracce nucleari CR-39, che registra le particelle alfa attraverso microtracce sulla lastrina polimerica. Un controllo rappresentativo può richiedere un periodo compreso tra 90 giorni e 12 mesi.

I monitor elettronici consentono invece di osservare in tempo reale le variazioni della concentrazione e di metterle in relazione con temperatura, pressione, ventilazione e comportamenti degli occupanti. I dosimetri devono essere collocati nei locali ai piani più bassi, interrati o a livello del terreno, in condizioni normali di utilizzo. Nei luoghi di lavoro l’attività deve essere coordinata da esperti qualificati e svolta con strumentazione omologata.

Quando i valori richiedono un intervento, la priorità è ridurre l’ingresso del gas dalla fonte. I sistemi di depressurizzazione del sottosuolo prevedono l’uso di un estrattore che crea una depressione sotto la fondazione e convoglia il radon all’esterno; secondo il testo, queste soluzioni possono consentire abbattimenti tra il 70% e il 99%. Sigillatura di crepe e giunti, membrane in polietilene ad alta densità, ventilazione meccanica controllata e pressurizzazione positiva sono ulteriori tecniche applicabili in base alle caratteristiche dell’edificio.

Nelle nuove costruzioni la prevenzione può comprendere tubi di raccolta e materiali a bassa permeabilità. Ogni intervento deve essere seguito da una misurazione post-risanamento, necessaria per verificare il ritorno dei valori sotto le soglie di riferimento. L’esperto incaricato del risanamento deve possedere una formazione specifica, con un corso di 60 ore e un aggiornamento triennale di almeno quattro ore. Il PNAR indica infine nella partecipazione dei cittadini e nell’educazione scolastica strumenti utili a migliorare la consapevolezza del rischio.