In Italia convivono con una forma di demenza oltre 1,4 milioni di persone, un numero destinato ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione. Secondo le stime riportate nel testo, tuttavia, circa il 45% dei casi potrebbe essere prevenuto intervenendo sui fattori di rischio modificabili. Per questo la prevenzione assume un ruolo centrale nella tutela delle funzioni cognitive.
Il normale rallentamento delle capacità mentali legato all’età non coincide necessariamente con una malattia neurodegenerativa. L’invecchiamento cerebrale può favorire il decadimento cognitivo, ma non lo determina in modo inevitabile. A influenzare il percorso del cervello sono diversi elementi, tra cui genetica, metabolismo, infiammazione, salute dei vasi sanguigni e abitudini quotidiane.
Stress, metabolismo e plasticità neuronale
Nel determinare il modo in cui il cervello invecchia, un ruolo importante è attribuito all’epigenetica, cioè all’effetto che alimentazione, attività fisica, ambiente, relazioni sociali e comportamenti possono esercitare sull’organismo. In questa prospettiva, lo stile di vita può incidere sul funzionamento cerebrale anche oltre la predisposizione genetica.
Lo stress cronico è indicato tra i fattori potenzialmente sfavorevoli perché può alimentare infiammazione e stress ossidativo, riducendo la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di creare nuove connessioni. Al contrario, nelle persone che mantengono una buona efficienza cognitiva con l’avanzare dell’età si osservano, secondo il testo, livelli più contenuti di infiammazione e un migliore equilibrio metabolico.
Le abitudini che aiutano il cervello
Per sostenere la plasticità neuronale è utile mantenere il cervello attivo ogni giorno: imparare cose nuove, modificare le proprie routine, leggere, viaggiare, coltivare hobby e conservare una vita sociale dinamica sono tra le attività suggerite. Anche l’attività fisica aerobica viene considerata importante per la protezione dei neuroni e per la circolazione cerebrale.
Sul fronte dell’alimentazione, l’indicazione è privilegiare frutta, verdura, legumi e pesce ricco di Omega-3, limitando invece grassi saturi e zuccheri. Si tratta di interventi sullo stile di vita che mirano a incidere sui fattori modificabili associati alla salute cerebrale, senza confondere il fisiologico invecchiamento con una diagnosi di demenza.
Il testo cita inoltre alcune sostanze ad attività antiossidante, come selenio, NAC, manganese, coenzima Q10 e SAME, insieme alla spermidina, attualmente studiata per i possibili effetti sui processi di rinnovamento cellulare, sull’infiammazione, sullo stress ossidativo e sulle funzioni cognitive. Le evidenze vengono definite promettenti, ma sono necessari ulteriori studi: gli integratori non sostituiscono la valutazione e le indicazioni di un professionista sanitario.
Tra gli approcci complementari viene menzionata anche la Low Dose Medicine, presentata come oggetto di ricerca nel campo dell’invecchiamento cerebrale. L’obiettivo indicato è modulare la neuroinfiammazione e sostenere la protezione neuronale, anche attraverso neurotrofine come il BDNF. Anche in questo caso, il testo sottolinea che si tratta di un ambito di ricerca e non di una conclusione definitiva sull’efficacia del metodo.