La fibrillazione atriale precoce non dipende necessariamente dall’età o da un singolo fattore di rischio. A suggerirlo è uno studio pubblicato su Nature Communications, secondo cui la probabilità di sviluppare questa aritmia può aumentare quando una variante genetica rara si combina con numerose predisposizioni comuni.
I ricercatori hanno analizzato in particolare il gene LMNA, che contiene le informazioni per produrre una proteina coinvolta nel funzionamento delle cellule. L’obiettivo era capire se una variante rara fosse sufficiente, da sola, a spiegare il rischio di fibrillazione atriale oppure se il suo effetto cambiasse in base al resto del patrimonio genetico individuale.
Il ruolo delle varianti genetiche
Per rispondere alla domanda, il gruppo di ricerca ha utilizzato due approcci. Il primo ha riguardato grandi banche dati sanitarie e genetiche, con il confronto tra persone portatrici e non portatrici di varianti di LMNA. Il secondo si è svolto in laboratorio, utilizzando cellule cardiache atriali ottenute da cellule staminali di persone con queste varianti.
Dall’analisi dei dati di popolazione è emerso che chi aveva varianti in grado di alterare la proteina prodotta da LMNA presentava una probabilità più elevata di sviluppare fibrillazione atriale rispetto ai non portatori. Il rischio risultava ancora maggiore in presenza di un alto carico poligenico, cioè della somma di molte varianti comuni già associate alla malattia.
Il risultato suggerisce quindi un effetto additivo: una variante rara può avere un impatto più consistente quando si inserisce in un contesto genetico già sfavorevole. Non si tratta, dunque, dell’azione isolata di un gene, ma dell’interazione tra componenti diverse del patrimonio ereditario.
Gli esperimenti sulle cellule cardiache hanno inoltre evidenziato modifiche nell’organizzazione del DNA all’interno del nucleo e nell’attività di geni importanti per il ritmo e la contrazione dell’atrio. Tra gli effetti osservati c’era una riduzione della corrente sodica, un segnale elettrico essenziale per la corretta conduzione dell’impulso cardiaco. Questo meccanismo potrebbe contribuire a spiegare il legame tra predisposizione genetica e aritmia.
Che cosa significa per la prevenzione
I risultati non indicano che la genetica determini da sola l’insorgenza della malattia. Stile di vita, pressione arteriosa, consumo di alcol, qualità del sonno e altri fattori possono continuare ad avere un ruolo. Tuttavia, lo studio ricorda che una fibrillazione atriale comparsa in giovane età non è sempre riconducibile ai fattori di rischio più conosciuti.
Una particolare attenzione può essere utile quando in famiglia si sono verificati casi di fibrillazione atriale precoce, pacemaker impiantati in età giovane o altri disturbi significativi del ritmo. Questo non significa che siano necessari test genetici per tutti, ma che in alcune situazioni una valutazione specialistica può aiutare a interpretare meglio la storia familiare.
Lo studio presenta però alcuni limiti. Le stime del rischio per i portatori di varianti rare derivano da sottogruppi relativamente piccoli e le cellule utilizzate in laboratorio, pur offrendo informazioni preziose, non riproducono perfettamente il cuore umano adulto. Inoltre, i dati non dimostrano che chi possiede una determinata variante svilupperà certamente la malattia.
Non è quindi possibile concludere che uno screening genetico esteso sia già pronto per l’impiego quotidiano. Serviranno ulteriori studi clinici per capire come trasformare queste osservazioni in strumenti concreti di prevenzione. In presenza di palpitazioni, battito irregolare, affanno inspiegato o di una forte familiarità per le aritmie, è comunque opportuno parlarne con un medico.
Lo studio originale è intitolato Gene-gene interactions between a LMNA variant and common polymorphisms drive early-onset atrial fibrillation. Il DOI è 10.1038/s41467-026-73113-0.