Fatima Haidari è arrivata a Tegoleto con una storia che va oltre il calcio. Attaccante e capitana dell’Afghan Women United, la giocatrice afghana è una delle protagoniste della nuova stagione della formazione biancorossa, neopromossa in Eccellenza. La sua esperienza sportiva si intreccia con la battaglia per la libertà delle donne e con il difficile rapporto con la famiglia rimasta in Afghanistan.
Classe 2001, Fatima ha lasciato il Paese dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021. In Afghanistan giocava e contribuiva alla crescita del calcio femminile nella sua città, Herat, dove lei e altre ragazze erano state tra le pioniere della disciplina. Oggi, in Italia, continua ad allenarsi e a rappresentare le donne afghane che non possono più praticare sport, studiare o vivere liberamente.
La nuova esperienza sportiva
Ad accoglierla nella squadra è stato Domenico Di Carlo, direttore sportivo della sezione femminile del Tegoleto. In Fatima vede un riferimento per le bambine che desiderano giocare a calcio, ma che spesso rinunciano a causa dei pregiudizi o della mancanza di spazi. La giocatrice ha raccontato di aver conosciuto la squadra durante una partita disputata a Firenze e di essere rimasta colpita dall’organizzazione e dalla serietà del gruppo.
«Nella prima partita non c’ero, poi, al ritorno, quando ho visto davvero il Tegoleto, mi sono immaginata dentro questa squadra», ha spiegato. L’obiettivo dichiarato è contribuire ai risultati della formazione, segnare e provare a vincere il campionato. Ma l’avventura, ha sottolineato, significa anche costruire nuove amicizie e vivere una nuova esperienza fuori dal Paese d’origine.
Fatima è inoltre la capitana della nazionale afghana delle ragazze rifugiate. La selezione si è riunita nuovamente dopo quattro anni, quando le calciatrici erano state costrette a disperdersi in diversi Paesi. «È una responsabilità pesante, ma anche bellissima», ha detto, ricordando il momento in cui le giocatrici si sono ritrovate insieme, tra ricordi e lacrime, sentendosi di nuovo una nazionale.
La libertà e la famiglia lontana
Per Fatima la normalità vissuta in Italia coincide con la libertà. La possibilità di giocare, studiare e scegliere il proprio percorso ha avuto un prezzo: lasciare il Paese, i genitori e i fratelli. La famiglia viene contattata ogni giorno attraverso WhatsApp, ma le conversazioni a distanza non colmano il vuoto. «Ho bisogno di abbracciarli, di essere vicino a loro», ha raccontato.
Tra le persone ritrovate a Tegoleto c’è anche Susan Khojasta, compagna di nazionale e vicecapitana, che gioca in difesa. Le due atlete si allenavano insieme in Afghanistan, una contro l’altra, e nel tempo hanno costruito un legame di amicizia. La loro presenza nella stessa squadra rappresenta una continuità con il percorso condiviso nella selezione delle rifugiate.
Il calcio, per Fatima, resta il mezzo attraverso cui raccontare la forza delle ragazze afghane. Il suo riferimento sportivo è Lionel Messi, ma la partita più importante si gioca fuori dal campo: «Essere la voce delle donne che oggi non possono rappresentare il loro Paese e non possono essere libere di essere donne». È questo il significato più profondo della sua nuova esperienza sportiva.