Ci sono campioni che vengono ricordati per quanto hanno vinto e altri per come hanno vinto. Livio Berruti appartiene alla seconda categoria. La sua immagine è rimasta scolpita nella memoria collettiva: le calze bianche, gli occhiali da sole, le scarpe bianche e quel modo apparentemente leggero di correre, come se la velocità fosse la cosa più naturale del mondo. Quella falcata lo portò all’oro olimpico nei 200 metri a Roma 1960, davanti ai migliori americani e con il record del mondo eguagliato due volte nel giro di poche ore.
Ieri sera, a Torino, Berruti è morto a 87 anni. Se n’è andato con la stessa discrezione con cui aveva vissuto gran parte della sua vita. Da tempo camminava e parlava con difficoltà, ma aveva conservato fino alla fine quella mente brillante e velocissima che lo aveva accompagnato fin da ragazzo.
Un campione nato quasi per caso
Berruti proveniva da una buona famiglia torinese. Aveva frequentato il liceo classico Cavour e studiava Chimica all’Università di Padova. L’atletica non era stata la sua prima scelta: amava il tennis e proprio il desiderio di continuare a giocare lo aveva portato, quasi per caso, a entrare nel gruppo sportivo Lancia.
Il professore di educazione fisica del Cavour aveva però intuito qualcosa. Alto, magro, apparentemente poco adatto a uno sport di potenza, Livio venne indirizzato verso salto in alto e salto in lungo. Lui, però, aveva già sviluppato quella che sarebbe diventata una delle caratteristiche della sua personalità: l’indipendenza.
Un giorno batté nel cortile della scuola il ragazzo più veloce del liceo. Da quel momento cominciò un’altra storia.
Contro il volere del padre
La sua crescita fu rapidissima. Berruti diventò presto uno dei migliori giovani italiani nei 100 metri, ma la sua capacità di affrontare la curva lo rendeva particolarmente efficace nei 200.
Il padre non era d’accordo. Il 7 agosto 1956, quando Livio aveva appena 17 anni, scrisse una lettera alla Fidal chiedendo che il figlio non fosse impiegato nei 200 metri, ritenuti troppo impegnativi per un ragazzo così giovane e minuto.
Ma Livio aveva già deciso.
Nel 1957, a 18 anni, vinse i titoli italiani dei 100 e dei 200 metri. Due anni più tardi corse la distanza in 20”7, avvicinandosi ai velocisti americani che sembravano appartenere a un altro pianeta.
Poi arrivarono i Giochi di Roma.
Quel pomeriggio del 3 settembre
Il 3 settembre 1960 Berruti entrò allo Stadio Olimpico per la semifinale dei 200 metri. In pista c’erano tre uomini che avevano già corso in 20”5: l’inglese Peter Radford e gli americani Ray Norton e Stone Johnson.
Berruti li batté tutti.
Eguagliò il record del mondo.
Due ore dopo avrebbe dovuto affrontare la finale. Gli avversari si preparavano, provavano le partenze, consumavano energie e tensione. Livio, invece, trovò un modo molto più personale per aspettare: ripassò il suo libro di chimica.
Poi pensò alle scarpe. L’Adidas era pronta a offrirgli un premio importante se avesse utilizzato le proprie calzature. Berruti preferì le Valsport, semplicemente perché, secondo lui, stavano meglio con le calze bianche.
Era il suo modo di essere.
Quando si schierò per la finale, mentre gli altri erano divorati dalla tensione, lui sorrideva, saltellava e salutava il pubblico.
Poi partì.
Dalla quinta corsia costruì una gara perfetta. Una corsa fluida, composta, quasi artistica. Tagliò il traguardo in 20”5, eguagliando per la seconda volta nello stesso pomeriggio il record del mondo.
Dietro di lui l’americano Lester Carney e il francese Abdoulaye Seye.
L’Italia aveva il suo campione olimpico.
L’“abatino” di Brera
Gianni Brera lo descrisse con una delle sue definizioni più celebri, trasformandolo nell’“abatino” dello sport italiano. Un ragazzo esile e armonioso capace di mettere alle proprie spalle velocisti molto più potenti.
Era proprio questa la magia di Berruti: non sembrava un atleta costruito per dominare, sembrava un ragazzo che correva semplicemente perché amava correre.
Roma gli regalò anche un incontro rimasto nella leggenda con Wilma Rudolph, la straordinaria velocista americana capace di conquistare tre ori nella stessa Olimpiade. I due furono fotografati e visti insieme nel Villaggio Olimpico. Berruti parlò sempre di un rapporto platonico, conservando però con affetto la felpa della nazionale statunitense ricevuta dalla campionessa.
Dopo la gloria
Per quell’oro ricevette un milione e 200 mila lire e una Fiat 500, che trasformò in una 1100 per il padre. Tornò a Torino insieme all’amico giornalista Giampaolo Ormezzano e durante il viaggio furono persino fermati e multati per eccesso di velocità.
Continuò a correre. A Tokyo 1964 arrivò quinto nella finale dei 200 metri, primo degli europei, mentre nel 1968 fu ancora azzurro ai Giochi di Città del Messico.
Poi scelse una vita diversa. Lavorò per Ermenegildo Zegna e per Fiat, lontano dai riflettori e dalle celebrazioni che spesso accompagnano i grandi campioni.
L’ultimo dandy dello sport italiano
Berruti è rimasto un personaggio unico anche dopo aver smesso di correre. Diretto, ironico, indipendente, profondamente anticonformista, non ha mai cercato il palcoscenico.
Il tennis, il suo grande amore prima dell’atletica, è rimasto una presenza costante nella sua vita. E Torino è rimasta la sua città.
Forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo: non soltanto come l’uomo che vinse un oro olimpico leggendario, ma come l’atleta che riuscì a trasformare una gara di velocità in qualcosa di più.
Berruti correva senza sembrare affannato, vinceva senza sembrare arrogante, viveva senza bisogno di essere protagonista.
A Roma, quel giorno, sembrò quasi volare.
E adesso che è arrivata l’ultima corsa, resta per sempre il ragazzo con le calze bianche che sorrise alla storia e la lasciò indietro per 20 secondi e 5 decimi.