Chivasso (TO)

Sparatoria a Chivasso, la minoranza rompe il silenzio

Anche alla luce dei comunicati della maggioranza, ci chiediamo comunque come possa battere la malavita una città che non riesce a controllare i dehors, le auto parcheggiate in divieto di sosta in via Torino e a far funzionare le telecamere di sorveglianza. Ebbene sì, non funzionano, e ai soliti problemi in questi giorni si è aggiunto il malfunzionamento del PC che le governa.

Sparatoria a Chivasso, la minoranza rompe il silenzio

A poco meno di 48 ore dalla sparatoria che ha visto Francesco Ilacqua, classe 1978, ferito da cinque colpi calibro 7.65, le forze di minoranza hanno trovato il tempo (o la forza) di rompere il silenzio con due comunicati stampa, uno di LiberaMente Democratici e uno a firma delle varie forze di centro destra.

Sparatoria a Chivasso, la minoranza rompe il silenzio

In queste 48 ore il loro è stato un silenzio quasi imbarazzante, tanto che sui social sono stati numerosi i cittadini che ne hanno chiesto conto scatenando reazioni anche fuori dai toni.

Anche alla luce dei comunicati della maggioranza, ci chiediamo comunque come possa battere la malavita una città che non riesce a controllare i dehors, le auto parcheggiate in divieto di sosta in via Torino e a far funzionare le telecamere di sorveglianza. Ebbene sì, non funzionano, e ai soliti problemi in questi giorni si è aggiunto il malfunzionamento del PC che le governa.

LiberaMente Democratici

Passate poche ore dai gravissimi fatti di via Paleologi, è subito partita la corsa delle forze di maggioranza a sedersi dalla parte della ragione. Come se la condanna di una sparatoria in pieno giorno, in una strada centrale e frequentata, e dell’aggressione ai giornalisti impegnati a fare il proprio lavoro fosse un terreno politico da occupare prima degli altri.
Abbiamo letto le solite frasi di circostanza, slogan consunti, frettolose e per molti versi sorprendenti dichiarazioni sulla futura costituzione di parte civile in eventuali procedimenti penali, e perfino accuse rivolte ad avversari politici cittadini, colpevoli — a detta di qualcuno — di aver posto attenzione al tema della sicurezza.
Noi crediamo invece che legalità, sicurezza, libertà di stampa e sostegno al lavoro della Magistratura e delle Forze dell’Ordine non possano e non debbano essere rivendicati da nessuna forza politica come patrimonio esclusivo, soprattutto alla luce della storia recente della nostra città. Sono spazi che la politica dovrebbe voler presidiare coralmente, perché rappresentano il presupposto minimo di una comunità civile e di qualunque istituzione che voglia definirsi tale.
Rifuggiamo dichiarazioni in cui, ancora una volta, anche le parole più giuste rischiano di diventare formule consumate, ripetute con enfasi teatrale e poi rapidamente archiviate.
Non abbiamo letto, invece, come avremmo voluto, alcuna volontà di riflessione sulle azioni intraprese, alcuna disponibilità a mettersi in discussione, alcuna verifica reale sull’efficacia delle scelte compiute, sugli strumenti messi in campo e sulle responsabilità di chi ha l’onore di amministrare la città.
In questo senso, la risposta affidata quasi esclusivamente alla richiesta di maggiore presidio da parte della forza pubblica appare insufficiente. La zona a vigilanza rafforzata non può diventare l’orizzonte unico dell’azione amministrativa; altrimenti, il confine tra collaborazione istituzionale e scarico di responsabilità diventa pericolosamente sottile.
Non abbiamo letto la parola “’ndrangheta”.
Eppure, la nostra città è stata travolta dall’Operazione Minotauro nel 2011, Colpo di Coda a ottobre del 2012 e altre inchieste fino ad arrivare alla clamorosa e recente Operazione Platinum DIA.
Una città che conosce bene certi fenomeni e che ha fortemente rischiato nel 2012 di vedere il proprio Consiglio Comunale sciolto per infiltrazione mafiosa, che sarebbe stata un’onta e uno stigma indelebile che avrebbe macchiato per sempre la nostra millenaria storia.
Anche quel tema dovrebbe poter essere discusso con serietà, libertà e senza tabù. Soprattutto senza superficialità, come spesso abbiamo udito fare da alcuni che definivano “aria fritta” occuparsi seriamente di legalità.
Non per sostituirsi agli inquirenti, ma per riconoscere che alcune domande non possono essere eluse quando si parla di sicurezza, legalità, pubblici esercizi, prestanome, zone grigie e possibili condizionamenti.
Serve tornare a parlare dei fenomeni criminali senza reticenze, senza allusioni comode e senza la preoccupazione di proteggere una narrazione rassicurante della città, che sarebbe l’ennesimo assist della politica alla ‘ndrangheta.
Ebbene sì, almeno il coraggio di chiamarla per nome!
Per anni si è discusso di presenze radicate, reti di relazione, zone grigie, pubblici esercizi, prestanome e possibili condizionamenti.
Quando la stampa ha provato a raccontare questi elementi, non sempre ha trovato ascolto, innanzitutto da coloro che della politica hanno fatto un’occasione di visibilità e di aumento dei loro salari.
Anzi, in alcuni casi ha trovato fastidio, nei confronti di chi ostinatamente cercava di porre all’attenzione il tema della malavita organizzata. Hanno anche cercato di deriderli nel tentativo di ridurre tutto a una rappresentazione negativa e ingenerosa di Chivasso. Tra di loro spiccano i nomi e le dichiarazioni anche di coloro che dovrebbero guidare in prima persona questa battaglia e che oggi pretendono di intestarsi il tema della legalità: quanta ipocrisia!
La domanda da porsi è quindi un’altra: in questi anni è stata costruita una strategia riconoscibile, stabile, condivisa, capace di incidere davvero sul tessuto cittadino, oppure ci si è accontentati di una successione di iniziative simboliche, momenti pubblici, foto opportunity, parole solenni e richiami alla legalità utili soprattutto alla comunicazione?
È una domanda scomoda, ma inevitabile, anche alla luce del modo in cui alcuni strumenti comuni sono stati progressivamente indeboliti.
La Consulta della Legalità avrebbe potuto rappresentare un luogo autonomo e autorevole, di approfondimenti e di educazione, capace di coinvolgere forze
politiche, scuole, università, commercianti, professioni, informazione e società civile. È invece stata progressivamente ridotta a un ruolo subalterno ai desiderata di parte dell’Amministrazione e dell’Assessorato alla Legalità. Così ha perso parte di quella funzione plurale e civica che avrebbe dovuto renderla credibile. Una torsione degli strumenti comuni verso logiche di parte che meriterebbe ben altra riflessione sui fini perseguiti.
In questo quadro, colpisce anche il modo in cui il vergognoso assalto a un giornalista abbia finito per catalizzare gran parte delle dichiarazioni della maggioranza, diventando quasi l’argomento attorno al quale concentrare l’indignazione pubblica. Una condanna doverosa, certamente, e sulla quale non abbasseremo l’attenzione: aggredire un giornalista significa colpire il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a sapere. Ma resta il fatto che, mentre si moltiplicavano le parole sulla libertà di stampa, nessuno ha sentito il bisogno di nominare apertamente la parola “’ndrangheta”, pur davanti a un episodio e a un contesto che imporrebbero almeno il coraggio di porsi la domanda.
Oggi le dichiarazioni di circostanza che abbiamo letto, da sole, non servono più. Non servono molteplici prese di posizione separate, ciascuna con il proprio lessico, la propria convenienza e la propria platea elettorale, con l’unico denominatore comune della deresponsabilizzazione, se poi manca la volontà di costruire un lavoro comune.
Servirebbe, al contrario, la capacità di unire davvero le forze politiche, senza patenti morali, senza pretese di esclusiva e senza usare la legalità come recinto identitario.
Occorrerebbe ricostruire un fronte civico largo, capace di coinvolgere personalità credibili e che conoscono la complessità del fenomeno della malavita organizzata, purtroppo ben radicata in Piemonte ed in particolare tra Volpiano e Chivasso: non per organizzare l’ennesima passerella, ma per dare continuità, autorevolezza e profondità a un impegno che non può accendersi solo dopo i fatti più gravi.
Chivasso non ha bisogno di altre dichiarazioni indignate, ma di un’Amministrazione che sappia trasformare la legalità da parola esibita a responsabilità condivisa.

Gruppi Consiliari di Centrodestra

 Questa non è la nostra Chivasso

Quanto accaduto in via Paleologi è un fatto gravissimo che non può essere archiviato come un semplice episodio di cronaca.
Cinque colpi di pistola esplosi in pieno giorno, in una zona centrale della città frequentata da studenti, famiglie e commercianti, rappresentano una ferita profonda per tutta la nostra comunità.
Un fatto ancora più inaccettabile perché avvenuto proprio nei giorni della maturità, a pochissimi passi dalle strade percorse ogni giorno dai nostri ragazzi. Questo episodio scuote la coscienza di tutti e impone alle istituzioni, alla maggioranza, all’opposizione e alle forze politiche un serio esame di realtà e un forte richiamo alle proprie responsabilità.
Questa non è la nostra Chivasso.
Chivasso non è e non deve diventare la città della paura, dello spaccio, delle risse, delle intimidazioni, delle aggressioni e delle armi in strada.
Chivasso è, da sempre, una città basata sul lavoro, sul commercio, sulle famiglie, sulle scuole e sul mondo delle associazioni.
È una comunità di persone perbene che chiedono solo di poter vivere, studiare e lavorare senza sentirsi abbandonate dalle istituzioni.
Per questo esprimiamo prima di tutto la nostra totale solidarietà ai cittadini che loro malgrado hanno rischiato di essere coinvolti per il semplice fatto di trovarsi all’ora e nei pressi del luogo di questo ignobile gesto per puro caso, ma anche ai residenti e ai negozianti della zona.
Ringraziamo sinceramente i Carabinieri, le Forze dell’Ordine e il personale sanitario per la prontezza del loro intervento e per il lavoro che svolgono ogni giorno a tutela del nostro territorio.
Condanniamo con altrettanta fermezza la grave aggressione subita dal giornalista che si trovava sul posto per fare il suo lavoro e documentare i fatti.
Colpire un cronista significa colpire non solo un lavoratore, ma anche il diritto fondamentale dei cittadini a essere informati in modo trasparente.
La libertà di stampa è un pilastro irrinunciabile della nostra democrazia.
La sparatoria di via Paleologi, purtroppo, non arriva dal nulla.
Da molto tempo, dai banchi del Consiglio Comunale, chiediamo attenzione sulla sicurezza della città, sul degrado che aumenta, sui problemi continui della stazione e sulla mancanza di controlli nelle aree più a rischio. Lo abbiamo fatto con atti concreti, mozioni, interrogazioni ufficiali, comunicati e solleciti continui.
Troppe volte queste segnalazioni sono state ignorate.
Troppe volte siamo stati accusati di fare un inutile allarmismo.
Troppe volte il tema della sicurezza è stato ridotto a una semplice “questione di percezione”, quasi fosse un fastidio della politica piuttosto che una reale e quotidiana preoccupazione dei cittadini.
Oggi, purtroppo, i fatti dimostrano che avevamo ragione e che la nostra era solo attenzione alla realtà.
Non lo diciamo per prenderci un merito politico o per sventolare bandiere di parte: davanti a fatti così gravi non è il tempo delle divisioni. Lo diciamo perché un’amministrazione seria ha il dovere di affrontare i problemi prima che esplodano. E quando esplodono, come è successo, nessuno può più voltarsi dall’altra parte.
La sicurezza non è una questione di destra o di sinistra.
La sicurezza è il diritto di una madre che accompagna il figlio a scuola.
È il diritto di uno studente che va a dare l’esame di maturità.
È il diritto di un negoziante che apre la serranda al mattino.
È il diritto di un anziano che cammina per strada senza paura. È il diritto di una donna sola che corre al parco.
È il diritto fondamentale di ogni cittadino a sentirsi protetto nella propria città.
Negli ultimi anni Chivasso ha visto crescere fenomeni di criminalità e disagio evidenti: le infiltrazioni e il radicamento della ’ndrangheta con i suoi pesanti interessi economici sul territorio; lo spaccio e l’abbandono in zone delicate, a partire dall’area della stazione; il disagio dei giovani che spesso si trasforma in atti vandalici, intimidazioni, furti e provocazioni; i reati e le truffe che colpiscono le persone più deboli, specialmente gli anziani.
Sono problemi diversi, con radici diverse, ma producono tutti lo stesso risultato: una città più debole, cittadini più soli, commercianti esposti ai rischi e famiglie preoccupate.
Quando una comunità inizia ad abituarsi al degrado e alla violenza, significa che l’illegalità ha già vinto.
Noi non vogliamo che Chivasso si rassegni.
Non vogliamo ci sia rassegnazione e che si possa pensare che “ormai va così…”.
Non vogliamo che la violenza diventi una cosa normale nelle nostre strade.
Per questo crediamo sia urgente dare una risposta seria, concreta e unita.
Non bastano più i discorsi, i convegni o i gesti simbolici, anche se fatti in buona fede.
La legalità non va solo raccontata: deve tradursi in una presenza visibile sul territorio, in controlli efficaci, prevenzione reale, educazione e assunzione di responsabilità.
Servono azioni immediate.
Chiediamo al Sindaco e alla Giunta di avviare subito un piano coordinato con Prefettura, Carabinieri, Polizia Locale e tutte le autorità competenti.
Chiediamo più agenti nei punti sensibili, controlli capillari, interventi mirati per la stazione, una cura attenta delle aree degradate e un progetto serio per prevenire il disagio giovanile.
Chiediamo inoltre che il Consiglio Comunale sia coinvolto pienamente.
Davanti a fatti di questa gravità, nessuno può cavarsela con una dichiarazione formale. Serve un confronto vero e serio per capire quali misure si vogliono prendere, con quali risorse finanziarie, in quali tempi e con quale coordinamento tra le forze dell’ordine.
La sicurezza non si fa solo con le divise: si fa anche avendo cura della città.
Significa buona illuminazione, decoro delle strade, controllo del territorio, politiche sociali ed educative che funzionano, sostegno alle famiglie e tutela del commercio per non lasciare quartieri isolati.
Una città che lascia spazi vuoti e abbandonati, prima o poi li consegna alla criminalità.
Noi siamo pronti a fare la nostra parte nelle sedi istituzionali, senza pregiudizi e senza scopi di parte. Ma chiediamo che da oggi nessuno minimizzi più i problemi. Nessuno riduca la sicurezza a propaganda e nessuno prenda alla leggera le segnalazioni dei cittadini.
Quando la politica smette di ascoltare i segnali d’allarme, poi parlano i fatti.
E i fatti accaduti, hanno parlato con il rumore più grave: quello degli spari.
“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale e morale”.
Come diceva Paolo Borsellino, oggi Chivasso ha bisogno proprio di questo: di una reazione forte, culturale, civile e delle istituzioni. Non basta indignarsi per un giorno. Bisogna costruire una risposta che duri nel tempo.
Questa non è la nostra Chivasso.
Ma proprio per questo abbiamo il dovere di riprendercela, insieme.
Gruppi Consiliari di Centrodestra – Città di Chivasso
Fratelli d’Italia
Forza Italia
Per Chivasso
Amo Chivasso e le sue frazioni