Ancelotti dovrà aver a che fare anche con questa: ogni Mondiale porta con sé statistiche curiose, record da inseguire e tradizioni che sembrano impossibili da scalfire. Tra queste ce n’è una particolarmente affascinante: nessuna Nazionale ha mai conquistato la Coppa del Mondo sotto la guida di un commissario tecnico straniero. Un dato sorprendente se si considera quanto il calcio moderno sia diventato globale, con allenatori e giocatori che ormai lavorano in ogni angolo del pianeta e identità sportive sempre più internazionali.
Eppure, nonostante decenni di tentativi, il trofeo più prestigioso del calcio è sempre stato sollevato da una squadra guidata da un allenatore nato nello stesso Paese rappresentato. Un principio che ha resistito a rivoluzioni tattiche, cambiamenti culturali e all’evoluzione del calcio contemporaneo.
La storia racconta di alcuni tecnici che sono andati molto vicini a infrangere questo tabù. Tra i casi più celebri c’è quello di Ernst Happel, leggendario allenatore austriaco che portò l’Olanda fino alla finale del Mondiale del 1978. Chiamato a raccogliere l’eredità del calcio totale, riuscì a costruire una squadra competitiva nonostante l’assenza di Johan Cruyff. Il sogno si infranse soltanto nell’ultimo atto contro l’Argentina padrona di casa.
Meno noto al grande pubblico è invece il percorso di George Raynor, inglese che guidò la Svezia fino alla finale del Mondiale del 1958. Quella nazionale, trascinata da campioni come Gren, Nordahl e Liedholm, arrivò a un passo dalla gloria prima di arrendersi al Brasile di Pelé, destinato a inaugurare una delle dinastie più importanti della storia del calcio.
Oggi, però, questo scenario potrebbe cambiare. Il prossimo Mondiale si presenta infatti come il torneo con la più alta presenza di commissari tecnici stranieri mai registrata tra le squadre partecipanti. Un segnale evidente di come molte federazioni abbiano ormai scelto di privilegiare competenza, esperienza e visione internazionale rispetto all’appartenenza geografica.
Il simbolo di questa trasformazione è Carlo Ancelotti. La scelta del Brasile di affidare la Seleção a un tecnico italiano rappresenta una svolta storica per un Paese che ha sempre considerato la propria scuola calcistica un patrimonio quasi intoccabile. Per la prima volta la nazionale più vincente della storia ha deciso di affidarsi a un allenatore nato all’estero, rompendo una tradizione che sembrava impossibile da modificare.
La fiducia riposta in Ancelotti deriva dal prestigio costruito in una carriera unica, fatta di successi internazionali e soprattutto di trionfi in Champions League. In Brasile molti vedono in lui la figura ideale per riportare la Seleção sul tetto del mondo, e una sua eventuale vittoria avrebbe un valore storico che andrebbe ben oltre il semplice risultato sportivo.
Tra gli italiani presenti sulla scena mondiale c’è anche Vincenzo Montella, impegnato con una Turchia che negli ultimi anni ha mostrato una crescita costante grazie a una generazione ricca di talento. Impossibile appare invece la missione di Fabio Cannavaro, chiamato a guidare l’Uzbekistan in un percorso affascinante ma pieno di difficoltà.
Se la presenza di tecnici stranieri era già diventata comune negli ultimi decenni, l’edizione che si avvicina segna comunque un record significativo. Sono infatti oltre venti le nazionali che hanno scelto un allenatore proveniente da un altro Paese. In Sudamerica, ad esempio, diverse federazioni si sono affidate alla scuola argentina: Gustavo Alfaro guida il Paraguay, Sebastián Beccacece l’Ecuador, Marcelo Bielsa l’Uruguay e Néstor Lorenzo la Colombia.
Anche in Europa il fenomeno è ormai consolidato. L’Inghilterra ha scelto il tedesco Thomas Tuchel, il Portogallo continua con lo spagnolo Roberto Martínez, il Belgio si affida al francese Rudi Garcia e l’Austria al tedesco Ralf Rangnick. Scelte che testimoniano come il concetto di nazionalità dell’allenatore abbia perso gran parte della sua importanza rispetto al passato.
Lo stesso discorso vale per molte nazionali africane e asiatiche, da anni abituate a cercare all’estero competenze ed esperienza per accelerare il proprio percorso di crescita. Un fenomeno che coinvolge anche alcune delle squadre ospitanti e che rende il panorama mondiale sempre più eterogeneo.
Resta però una domanda destinata ad accompagnare il torneo: sarà finalmente l’anno in cui un commissario tecnico straniero riuscirà a vincere il Mondiale? Dopo decenni di tentativi falliti, la sensazione è che mai come questa volta il tabù possa davvero essere messo in discussione. Ancelotti con il Brasile e Tuchel con l’Inghilterra partono tra i candidati più credibili a scrivere una pagina completamente nuova della storia del calcio. Se ciò dovesse accadere, verrebbe abbattuta una delle ultime grandi barriere rimaste nel calcio delle nazionali.