Incensurato, regolarmente residente in Italia e impiegato come bracciante agricolo. E’ un destino tragico quello che all’alba di sabato scorso, 9 maggio 2026, è toccato a Sako Bakari, 35enne originario del Mali, ucciso a Taranto (Puglia).

L’aggressione che gli è costata la vita si è verificata in piazza Fontana, nella città vecchia. Da una prima ricostruzione dei fatti, il 35enne maliano era sceso dalla sua bici per andare a prendere un caffè al bar prima di dirigersi al lavoro.

Ma il quadro che sta emergendo dalle indagini rende ancor più odiosa questa morte assurda.
Ucciso mentre andava al lavoro
Alle 5 del mattino, nella città vecchia di Taranto, Bakari Sako era in bicicletta. Veniva dal Mali, era regolare in Italia e stava andando al lavoro nei campi, a Massafra. La sua giornata doveva cominciare come tante altre: bici fino alla stazione, poi il mezzo per raggiungere la campagna. Invece, in piazza Fontana, è stato accerchiato, picchiato e colpito a morte.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, a ucciderlo sarebbe stato un ragazzo di 15 anni, che avrebbe confessato e fatto ritrovare l’arma del delitto, indicata come un coltello. Cinque giovani sono stati fermati: quattro minorenni, tra i 15 e i 16 anni, e un ventenne, Fabio Sale.
Un vero e proprio branco. L’accusa è omicidio aggravato da futili motivi.
Una vittima scelta a caso
La parte più inquietante dell’indagine è il movente, o meglio la sua assenza apparente. Non ci sarebbe stato un vero contrasto, non una lite capace di spiegare l’escalation. Le immagini delle telecamere e gli atti dell’inchiesta descrivono una sequenza brutale: il gruppo incrocia prima un altro uomo africano in bicicletta, lo insulta e lo lascia andare; poi arriva Bakari Sako, anche lui in bici, e diventa il bersaglio.
Il Corriere della Sera, citando la ricostruzione contenuta nel decreto di fermo, parla di una “caccia all’uomo”. Gli inquirenti, secondo il quotidiano, avrebbero descritto una violenza gratuita, senza un bersaglio personale: non Bakari in quanto Bakari, ma Bakari in quanto uomo nero, solo, vulnerabile, incontrato all’alba.
Il rifugio negato nel bar
Sako avrebbe provato a salvarsi. Durante l’aggressione si sarebbe rifugiato in un bar, ma anche lì la violenza sarebbe continuata. La procuratrice capo di Taranto, Eugenia Pontassuglia, ha sottolineato un dettaglio che ha aggravato lo sgomento: il titolare del locale non avrebbe chiamato le forze dell’ordine e avrebbe intimato alla vittima di uscire.
“Risulta negli atti che nelle prime fasi dell’aggressione la vittima si è rifugiata in un bar e all’interno di questo bar è continuata l’aggressione”, ha detto Pontassuglia. Poi la domanda più dura: “Il proprietario del bar che cosa ha fatto? Gli ha intimato di uscire, non ha ritenuto di chiamare le forze di polizia”.
L’allarme della Procura
La procuratrice ha usato parole nette. Da una parte, ha ricordato, c’era un uomo di 35 anni “regolare sul territorio italiano” che alle 5 del mattino stava andando a lavorare per mantenere la famiglia. Dall’altra, ragazzi di 15 e 16 anni, più un maggiorenne, che a quell’ora “scorrazzavano per la città alla ricerca della persona da colpire”.
Ed è qui che il caso assume una dimensione più angosciante. Pontassuglia ha parlato di una persona “vulnerabile”, “indifesa”, individuata “nella persona di colore”.
Poi ha aggiunto:
“Non ci sono decreti sicurezza che tengano, non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura”.
La procura minorile ha insistito sullo stesso punto. Daniela Putignano, procuratrice facente funzioni del Tribunale per i minorenni, ha definito l’episodio “gravissimo” e “violentamente immotivato”, spiegando che i minori fermati sono incensurati, ma non sconosciuti all’autorità giudiziaria minorile.
Il volto di Bakari
Dietro il fascicolo giudiziario resta la vita spezzata di un uomo. Bakari Sako viveva a Taranto dal 2022. Aveva lavorato come cameriere, poi come bracciante, in attesa di un’occupazione più stabile. Era tornato da poco dal Mali, dove aveva lasciato affetti e responsabilità familiari. Era tifosissimo del Paris Saint Germain. Viene descritto come un ragazzo silenzioso, tranquillo, un lavoratore. Aveva due mogli in Mali e a gennaio, entrambe erano incinte: due figli che nasceranno senza padre. Di lui restano la bicicletta, lo zainetto e l’immagine di un uomo che usciva all’alba per guadagnarsi la giornata.

Il fratello Souleymane ha affidato al dolore parole semplici e definitive:
“Avete ucciso mio fratello maggiore, senza un motivo. Avete ucciso il marito di qualcuno, il figlio di qualcuno, il padre di qualcuno”.
Non derubricare a baby gang
Il rischio, ora, è ridurre tutto alla formula della baby gang. Certo, l’età degli accusati colpisce: adolescenti, alcuni appena quindicenni, coinvolti in un omicidio feroce. Ma la Procura invita a guardare oltre. La domanda non riguarda solo cosa abbiano fatto quei ragazzi, ma quale ambiente culturale abbia reso possibile scegliere un uomo a caso, inseguirlo, colpirlo, vederlo chiedere aiuto e lasciarlo morire.
La morte di Bakari Sako non è soltanto una tragedia individuale. È un caso giudiziario, un fatto di sangue e un campanello d’allarme civile. Parla di razzismo, di indifferenza, di degrado educativo, di una violenza che non ha bisogno di un movente razionale perché trova già un bersaglio nella fragilità dell’altro.