Donald Trump vola a Pechino per il primo viaggio in Cina di un presidente americano in quasi dieci anni. La partenza da Washington è avvenuta martedì 12 maggio 2026, con arrivo previsto nella capitale cinese oggi, mercoledì, e colloqui con Xi Jinping fissati tra il 14 e il 15 maggio. La cornice è quella di una visita ad altissima densità politica: sul tavolo ci sono Iran, Stretto di Hormuz, dazi, tecnologia, intelligenza artificiale, Taiwan e grandi contratti commerciali.
🇺🇲🔸US President Trump has departed for China on an official state visit.
🔸 His delegation includes 16 of the US’s top business leaders (Musk, Cook, Fink, and others).
🔸 Marco Rubio is flying to China wearing a Nike Tech tracksuit, the same one Maduro wore during his capture. pic.twitter.com/O3fhxOqsoQ— Argonaut (@FapeFop90614) May 13, 2026
La Casa Bianca vuole presentare il viaggio come una missione di forza. Ma il contesto è delicato. La guerra con l’Iran pesa sui mercati energetici, alimenta tensioni inflazionistiche negli Stati Uniti e offre a Pechino un margine negoziale significativo.
Prima di partire, Trump ha cercato di ridimensionare il dossier iraniano, dicendo: “Abbiamo molte cose da discutere. Non direi che l’Iran è una di queste”. In realtà, proprio l’Iran sarà uno dei nodi centrali del vertice.
Il nodo Hormuz
Il punto più urgente riguarda lo Stretto di Hormuz, la porta marittima da cui prima della crisi transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. La quasi chiusura del passaggio da parte dell’Iran, dopo gli attacchi congiunti israelo-americani del 28 febbraio 2026, ha provocato forti scosse sui mercati energetici internazionali. Washington accusa Teheran di usare il controllo dello stretto come arma geopolitica; Teheran, da parte sua, chiede il diritto di imporre pedaggi alle navi in transito.
Qui entra in gioco la Cina. Pechino è tra i principali acquirenti del greggio iraniano e mantiene con Teheran un rapporto politico ed economico che Washington considera decisivo. Gli Stati Uniti stanno cercando di spingere Xi a usare la propria influenza per riaprire il passaggio e portare l’Iran a un accordo. Il paradosso è evidente: Trump arriva a Pechino da rivale commerciale, ma su Hormuz ha bisogno che la Cina non protegga fino in fondo l’alleato iraniano.
Le petroliere cinesi che continuano a passare
Mentre gran parte del traffico resta bloccato o fortemente limitato, alcune navi cinesi sembrano continuare a muoversi. Bloomberg ha segnalato il 13 maggio il passaggio della superpetroliera cinese Yuan Hua Hu, vista in uscita dal Golfo Persico attraverso Hormuz, lungo il lato orientale del canale, vicino all’isola iraniana di Larak. La nave risulta collegata a unità del gruppo Cosco Shipping.

Il dato è politicamente sensibile. Se le petroliere cinesi ottengono corridoi di fatto praticabili mentre altre rotte restano paralizzate, Pechino può presentarsi non solo come potenza commerciale, ma come interlocutore indispensabile per qualsiasi normalizzazione dello stretto. Per Trump, invece, il rischio è duplice: dover chiedere aiuto alla Cina sull’Iran e, nello stesso tempo, evitare che Xi trasformi la crisi energetica in una leva diplomatica contro Washington.
Dazi, rare earth e tecnologia
Accanto al dossier iraniano c’è il capitolo economico. I colloqui commerciali sono già partiti in Corea del Sud, dove il negoziatore americano Scott Bessent ha incontrato funzionari cinesi per mantenere in piedi la fragile tregua siglata lo scorso anno. L’obiettivo americano è ottenere acquisti cinesi di prodotti statunitensi, in particolare aerei Boeing, energia e prodotti agricoli, così da ridurre il deficit commerciale e offrire a Trump risultati spendibili anche sul fronte interno.
Pechino, invece, vuole maggiore prevedibilità sui dazi, meno restrizioni tecnologiche e più spazio per investimenti e semiconduttori. Tra i dossier più delicati ci sono le terre rare, fondamentali per auto elettriche, industria militare e tecnologia avanzata, e i chip per l’intelligenza artificiale.
La delegazione dei colossi americani
Il tycoon non viaggia solo. Al suo seguito c’è una schiera di amministratori delegati e vertici dei colossi americani, chiamati a trasformare la visita in una missione economica. Si annoverano Elon Musk, Tim Cook, Kelly Ortberg di Boeing, Larry Culp di GE Aerospace e, aggiunto all’ultimo momento, Jensen Huang di Nvidia. Altri gruppi citati dalle agenzie includono finanza, pagamenti, agricoltura, semiconduttori e tecnologia.

La presenza di Huang è particolarmente significativa. Nvidia punta a sbloccare le vendite dei chip H200 in Cina, frenate da autorizzazioni, vincoli politici e diffidenze strategiche. Trump ha sintetizzato così la linea della missione: chiedere a Xi di “aprire” la Cina alle imprese americane. Ma proprio sui chip si misura il limite dell’approccio: Washington vuole vendere, ma non vuole rafforzare troppo la capacità tecnologica e militare cinese.

Pechino gioca in casa
Xi Jinping riceve Trump in una posizione negoziale meno fragile di quanto Washington vorrebbe. La Cina ha bisogno di stabilità commerciale e non ha interesse a un’escalation incontrollata nel Golfo, perché il caro energia colpirebbe anche la sua economia. Tuttavia, può permettersi di non apparire come semplice esecutrice delle richieste americane. Sul piano diplomatico, Pechino cercherà di sostenere la riapertura di Hormuz senza dare l’impressione di fare pressione sull’Iran per conto degli Stati Uniti.

Sul piano politico, Xi può anche usare il vertice per riaprire il dossier Taiwan, chiedendo a Trump maggiore cautela sulle vendite di armi all’isola.
Il vero equilibrio del vertice
La visita di Trump a Pechino nasce quindi da una convergenza forzata. Stati Uniti e Cina restano rivali, ma su Hormuz condividono almeno un interesse: evitare che l’Iran trasformi uno snodo energetico globale in un varco controllato a pagamento. Il Dipartimento di Stato americano ha fatto sapere che Marco Rubio e Wang Yi, in una telefonata di aprile, hanno concordato sul principio che nessun Paese debba imporre pedaggi sulle vie d’acqua internazionali.
Dietro ogni dossier c’è la stessa domanda: chi tra Washington e Pechino è oggi in grado di dettare le condizioni della globalizzazione quando una crisi militare blocca le rotte, alza i prezzi e mette sotto stress le catene di fornitura mondiali?