La tensione tra Israele e Libano resta alta, ma per la prima volta negli ultimi mesi si intravede una finestra diplomatica concreta. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’apertura a negoziati diretti con Beirut, pur precisando che “prima non ci sarà alcun cessate il fuoco”. La linea resta chiara: dialogo sì, ma senza sospendere le operazioni militari contro Hezbollah, ancora considerato una minaccia centrale da Tel Aviv.
Nelle scorse ore Teheran ha però negato la notizia diffusa da alcuni media, tra cui il Wall Street Journal, secondo cui la delegazione iraniana sarebbe arrivata a Islamabad in vista dei negoziati con gli Stati Uniti.
“La notizia diffusa da alcuni media secondo cui la squadra negoziale iraniana sarebbe arrivata a Islamabad, in Pakistan, per negoziare con gli americani, è completamente falsa”, ha dichiarato una fonte ben informata all’agenzia di stampa Tasnim. La stessa fonte, non meglio identificata, ha sottolineato che “finche’ gli Stati Uniti non rispetteranno gli impegni presi per il cessate il fuoco in Libano e il regime sionista continuerà i suoi attacchi, i negoziati saranno sospesi”. La stessa linea è stata espressa ieri dal regime di Teheran.
Israele-Libano: niente tregua, ma sì alle trattative
La decisione di Netanyahu arriva sotto forti pressioni internazionali, in particolare dagli Stati Uniti. Secondo fonti riportate da NBC News, il presidente Donald Trump ha sollecitato il premier israeliano a ridurre l’intensità degli attacchi in Libano, per non compromettere i negoziati più ampi nella regione, inclusi quelli con Teheran, e per favorire la possibilità di prorogare il cessate il fuoco temporaneo di due settimane tra Washington e l’Iran. La Casa Bianca ritiene che questa tregua possa servire da base per ulteriori negoziati, garantendo tempo per arrivare a un accordo più ampio con la Repubblica Islamica.

Netanyahu ha confermato di voler dare avvio ai negoziati “il prima possibile”, incaricando il governo di procedere rapidamente nei contatti con le autorità libanesi. Le trattative si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sulla regolamentazione delle relazioni pacifiche tra Israele e Libano. Il premier ha anche apprezzato l’appello del governo libanese per l’evacuazione dei civili da Beirut, collegando la decisione a ripetute richieste libanesi e alla pressione internazionale.
Guerra e diplomazia parallele
Sul terreno, però, il conflitto continua. Israele ha intensificato i raid contro obiettivi legati a Hezbollah, compreso il tentativo di eliminare Naim Qassem, leader del gruppo sciita. Durante i raid di giovedì 9 aprile 2026, circolava la voce della sua eliminazione in un quartiere dove Hezbollah tradizionalmente non ha radicamento, ma Netanyahu ha precisato che “è stato colpito il segretario del segretario”.
Hezbollah ha risposto con razzi e artiglieria sul nord di Israele, mentre nel sud del Libano continuano le segnalazioni di colpi israeliani contro ambulanze, centri di soccorso e squadre intervenute sui luoghi dei raid. Il deputato Ali Fayad ha ribadito la posizione del gruppo: qualsiasi dialogo diretto è subordinato al ritiro israeliano, alla cessazione delle ostilità e al ritorno dei residenti nei loro villaggi.
Da Tel Aviv, il ministro della Difesa Israel Katz ha gelato le aspettative:
“La guerra in Libano non si fermerà”.
Poco prima, il ministro delle Finanze e colono Smotrich, inaugurando una nuova colonia illegale, ha promesso: “Ci sarà un’espansione a Gaza, e in Libano, in Siria, sul Monte Hermon, in parti del nord, del sud e dell’Est”, segnalando una visione di espansione territoriale collegata all’attuale conflitto.
Stabilizzare Hormuz
Il conflitto non riguarda solo il Libano: la stabilità regionale passa anche dallo Stretto di Hormuz, via strategica per il commercio del 20% del petrolio mondiale. Nonostante il cessate il fuoco di due settimane concordato tra Stati Uniti e Iran, il transito delle navi resta limitato. Mercoledì, il passaggio nello stretto è precipitato a cinque unità, nessuna petroliera, contro le centinaia precedenti al conflitto.

L’Iran mantiene il controllo strategico della via d’acqua, imponendo pedaggi in criptovalute per le navi non iraniane, e indicando rotte specifiche per la sicurezza: le navi in entrata devono passare a nord dell’isola di Larak, quelle in uscita a sud. Il viceministro degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh ha dichiarato che “tutti” possono passare, ma solo previa coordinazione con le autorità iraniane, confermando che lo stretto resta sotto gestione iraniana.
Secondo quanto riferito nelle scorse ore, l’Iran avrebbe deciso di limitare il passaggio a non più di 15 navi al giorno, incidendo così sui flussi energetici internazionali.
Il Primo Ministro britannico Starmer ha concordato con Trump la necessità di un piano operativo immediato per normalizzare il traffico marittimo nello stretto, sfruttando la tregua come finestra di opportunità.
Vance a Islamabad
Nonostante il clima di incertezza, dopo le ultime dichiarazioni iraniane, sabato 11 aprile 2026, i colloqui a Islamabad saranno guidati dal vicepresidente americano J.D. Vance, con la partecipazione di Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente, e Jared Kushner, figura chiave nella strategia di Trump. La missione è portare a casa un cessate il fuoco duraturo con Teheran e affrontare i punti critici: lo Stretto di Hormuz, l’uranio arricchito, il Libano e la revoca delle sanzioni.

L’Iran – che non ha ancora confermato la sua presenza e nega l’arrivo in queste ore di una delegazione ad Islamabad – potrebbe fare leva sulla capacità di condizionare il traffico nello stretto e preservando il proprio programma nucleare. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha chiarito:
“Lo Stretto rimarrà sotto il nostro controllo”, mentre Teheran continua a chiedere la rimozione delle sanzioni e il mantenimento del diritto a gestire il programma nucleare.
Donald Trump mantiene un tono duro: sul Libano insiste affinché Israele continui le operazioni contro Hezbollah senza cedimenti, mentre sull’Iran afferma che lo Stretto di Hormuz “dovrà essere aperto e sicuro”, ma contesta la gestione iraniana definendola “disonorevole”.