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Colesterolo, tra verità e bugie

Il dottor Luciano Lozio spiega perché non è il nemico che crediamo: «Se vogliamo ridurne la produzione, dobbiamo controllare l’insulina».

Colesterolo, tra verità e bugie

di Micol Baronio

Il colesterolo è davvero il grande colpevole delle malattie cardiovascolari? Secondo il dottor Luciano Lozio, farmacista e farmacologo, la risposta non può essere ridotta a un semplice “sì” o “no”. Nel corso di un approfondimento medico-scientifico, Lozio ha invitato a distinguere tra dati statistici, meccanismi biologici e semplificazioni che negli ultimi cinquant’anni hanno trasformato questa molecola in un capro espiatorio.

Il primo punto fermo è fisiologico: l’organismo produce autonomamente l’80-90% del colesterolo, principalmente nel fegato. «È una molecola vitale», sottolinea Lozio. È componente strutturale delle membrane cellulari, regola la loro fluidità e stabilità, partecipa alla produzione degli ormoni steroidei (cortisolo, testosterone, estrogeni, progesterone), è precursore della vitamina D e costituisce un elemento fondamentale della bile. Bloccarne indiscriminatamente la sintesi significa interferire con equilibri essenziali.
Il secondo elemento riguarda la produzione metabolica. Non sono i grassi alimentari a stimolare maggiormente la sintesi epatica, ma l’insulina, che aumenta soprattutto in risposta ai carboidrati. «Se vogliamo ridurre la produzione di colesterolo – spiega Lozio – dobbiamo controllare l’insulina, e quindi l’eccesso di zuccheri». In questo senso, la gestione metabolica complessiva pesa più della semplice restrizione lipidica.
Ampio spazio è stato dedicato ai dati epidemiologici. Studi longitudinali svedesi e il grande studio Amoris, ricorda Lozio, hanno osservato una correlazione tra livelli più elevati di colesterolo totale e maggiore longevità, in presenza però di glicemia bassa. «Il vero veleno della società moderna è il glucosio in eccesso», afferma. Inoltre, valori troppo bassi di LDL sono stati associati, in alcune analisi, a un aumento di ictus emorragici e ad altri eventi avversi. Questo non significa che ogni valore elevato sia innocuo. Lozio distingue tra colesterolo totale e qualità delle lipoproteine. L’LDL, molecola di trasporto, diventa pericolosa soprattutto quando è ossidata. Per questo suggerisce, nei casi a rischio, di valutare parametri più specifici come LDL ossidate, omocisteina, lipoproteina(a) e, dove possibile, le “small dense LDL”, ritenute più aterogene.
Sul capitolo statine il giudizio è prudente: possono essere utili in situazioni selezionate, ma non sono prive di effetti collaterali. Interferiscono con la via biosintetica che produce anche coenzima Q10 e altri intermedi fondamentali. «Vanno usate quando servono, non per automatismo», precisa.
Il messaggio finale è concreto: non demonizzare il colesterolo, ma contestualizzarlo. Valutare l’equilibrio metabolico globale, controllare glicemia e insulina, considerare lo stato ossidativo e lo stile di vita. «Non è il valore assoluto a determinare il rischio – conclude Lozio – ma l’ambiente biologico in cui quella molecola si trova a operare».