Settimo Torinese (TO)

«Noi, senza figli, vittime di un’ingiustizia»

Settimo nel 2024 sono stati aperti 213 casi che hanno coinvolto nuclei familiari con situazioni di fragilità

«Noi, senza figli, vittime di un’ingiustizia»

Partiamo da una premessa, doverosa. Riportare le testimonianze di vita che abbiamo raccolto nell’arco degli ultimi tre mesi, rispetto alle esperienze vissute da alcune famiglie del territorio con i servizi sociali, non significa trasformare queste pagine in un’aula di Tribunale per nessuno ma offrire uno spaccato completo su un tema tanto delicato quanto complesso.
E lo facciamo attraverso la legittima voce di chi sente di aver subito un’ingiustizia. Non una semplice denuncia, ma un appello dietro il quale si cela la volontà di accendere una luce su un sistema che, forse, con la collaborazione di tutti, può essere migliorato. Le testimonianze che abbiamo deciso di raccontare – mantenendo l’anonimato – risalgono volutamente a vicende legali ormai concluse. Ma le ferite che hanno lasciato sono ben scolpite nella pelle e nel cuore di chi le ha vissute.
Dall’altra parte, invece, c’è chi lavora quotidianamente per tutelare le famiglie e minori. Un lavoro che gli assistenti sociali definiscono «usurante» e «faticoso» e che difendono nel tentativo di eliminare ogni tipo di ombra.

«Non siamo quei “mostri” cattivi che tolgono i bambini ai genitori»

Finiti sotto accusa in diverse occasioni, anche con proteste veementi fuori gli uffici (tra cui l’imbrattamento dell’ingresso della sede di via Roma), i servizi sociali si difendono. O meglio, raccontano in modo dettagliato il delicato lavoro dell’assistente sociale. Lo fanno nel corso di una Commissione consiliare informativa che si è svolta la scorsa settimana. Durante la seduta, presieduta da Fortuna Bianchini, sono intervenute Barbara Fantino, del settore socio-assistenziale, e Chiara Capussotti, responsabile dell’area famiglia e minori all’Unione Net. «Questa informativa nasce dall’esigenza sorta negli ultimi Consigli comunali di informare degli iter e degli interventi messi in campo in alcune situazioni che richiedono la figura dell’assistente sociale, soprattutto per quanto riguarda donne e tutela dei minori», illustra l’assessora Chiara Gaiola, richiamando l’interrogazione del cittadino presentata in aula lo scorso novembre. «Rispetto alla violenza di genere, c’è un centro antiviolenza sul territorio con cui l’Unione ha una convenzione che regola i rapporti», premette Fantino, soffermandosi anche sulla problematica del turn over che impedisce la lunga permanenza dello stesso assistente sociale. «In questo momento, c’è un movimento del personale nell’ambito del sociale e ci sono anche trattamenti economici diversi. Effettivamente, è una situazione che ci mette in difficoltà», ammette.

Gli interventi dei servizi

È stata Capussotti a raccontare la linea d’intervento dei servizi sociali. «Nel 2024, abbiamo avuto e seguito 213 casi su Settimo. Noi accompagniamo le famiglie fragili e accompagnarle – spiega – significa che il servizio sociale è chiamato a confrontarsi e definire delle progettualità condivise». Una progettualità messa in campo non solo dagli assistenti sociali ma da «una rete di professionisti» che valuta i singoli casi e di conseguenza le soluzioni più adeguate per tutelare la famiglia e soprattutto il minore. «C’è una corresponsabilità e una lettura multifattoriale – puntualizza – . Spesso, le difficoltà che riscontriamo sono legate a dipendenze o problematiche sanitarie e bisogna capire se gli adulti sono consapevoli della situazione e disposti a farsi aiutare». Per la Capussotti, infatti, l’obiettivo è «permettere ai bambini di sentirsi tali, per l’età che hanno, e di diventare degli adulti consapevoli». «In alcuni casi, i bambini possono frequentare i centri diurni fino all’ora di cena oppure ci sono altre progettualità, promosse da Stato e Regione, per accompagnare i genitori che si trovano in difficoltà».
«Ci sono, poi, situazioni più gravi sia per gli adulti che per i bambini», racconta la responsabile, sottolineando che «i bambini comprendono se c’è la presenza di una violenza e non è vero che se il bambino è in camera, non sente».
«Spesso, le violenze portano traumi che possono compromettere il loro sviluppo e in quel caso noi siamo chiamati ad intervenire e ad informare l’autorità giudiziaria del pericolo che un bambino sta correndo – afferma -. Noi abbiamo il dovere di intervenire ma ci tengo a dire che non sono i servizi sociali o sanitari che decidono, ma le autorità giudiziarie. È sempre un Tribunale a decidere».
Ma, anche in caso di allontanamento del minore, quando possibile, i servizi sociali continuano a lavorare per aiutare i genitori ad esercitare il loro ruolo. «Se un bambino viene inserito in una famiglia affidataria, i genitori continuano a frequentare abitualmente i loro figli perché devono recuperare la genitorialità. Inoltre – aggiunge -, promuoviamo anche gli incontri in luoghi neutri per riavvicinare il genitore al proprio figlio».
A queste forme di supporto, si aggiungono inoltre i sostegni di carattere economico – come il reddito di libertà – promossi nelle situazioni di fragilità. «Il reddito di libertà è un contributo erogato dall’Inps e non dai servizi. È una tantum», precisa Fantino a domanda diretta, in cui evidenzia la velocità con cui vengono esauriti i fondi disponibili.
Fermo restando che ogni percorso viene pensato su misura del singolo nucleo familiare e non con iter standard, Capussotti e Fantino hanno raccontato uno scenario generale in cui quella dell’assistente sociale è solo una delle figure presenti. Insomma, non ci sono «mostri» ma solo professionisti che lavorano a tutela della famiglia e del minore. «Abbiamo siglato anche un protocollo d’intesa con gli istituti comprensivi e si cerca di lavorare in sinergia – sottolineano -. I servizi sociali sono una risorsa per tutti. Non è interesse di nessuno fare del male a qualcuno o portare via i bambini. Anzi, il nostro compito è proteggerli».

«Ci siamo sentiti vittime due volte. Vittime anche di quel sistema che avrebbe dovuto tutelarci. E invece, anziché ricevere assistenza per superare le fragilità, ci siamo ritrovati senza i nostri figli. O con il rischio di perderli».
È questo il filo rosso che accomuna le storie di vita raccolte in questi mesi dal nostro giornale in cui le protagoniste sono mamme – ma anche papà – di Settimo (di cui manteniamo l’anonimato nella tutela dei minori coinvolti) che dopo un’esperienza personale profondamente dolorosa ora mettono in evidenza le difficoltà vissute con i servizi sociali del territorio.
Ci sono madri, padri, ma tra le voci risuonano anche quelle di donne che sono state vittime di violenza. E che si sono così ritrovate a subire un doppio calvario in cui, per tutte le parti coinvolte, il tema della violenza di genere si intreccia con quello della tutela del minore. «Mi sono separata dal mio compagno quando mio figlio aveva solo 1 anno, in seguito ad una serie di maltrattamenti e violenze subite che non ho avuto subito il coraggio di denunciare. Dopo aver provato la separazione congiunta, il rapporto è stato definito “conflittuale” e sono intervenuti anche i servizi sociali. All’inizio, mi sono fidata e confidata perché non volevo togliere al mio ex la possibilità di essere un buon padre, anche se non era stato un buon compagno. Avrò cambiato 5 o 6 assistenti sociali e una situazione così delicata è stata praticamente messa in mano a chiunque – racconta una settimese -. E di conseguenza, ogni volta bisognava raccontarsi di nuovo. Il padre non si presentava neanche agli incontri di mediazione familiare ma questo non veniva quasi mai specificato nelle relazioni. Dopo anni di battaglie, per un periodo di due mesi mi è stato tolto il bambino perché dicevano che la mia casa era troppo piccola e che lavoravo troppo. Ho dovuto addiritttura pagarmi un detective privato per dimostrare le violenze a cui assisteva mio figlio quando trascorreva il tempo con suo padre».
Una vicenda giudiziaria durata oltre sei anni. E solo a quel punto la donna è stata considerata «una madre idonea» dalla Corte d’Appello di Torino. «Non ho ricevuto nessun tipo di risarcimento e il problema – spiega – è che non mi sono mai stati proposti degli aiuti concreti, anche economici. Dopo aver denunciato, non ho mai avuto una vera e propria assistenza. Ho ottenuto il mantenimento solo dopo sei anni e mezzo, con gli arretrati da pagare delle spese legali che mi sono costate oltre 30.000 euro. È stato come vivere quella che si definisce una vittimizzazione secondaria e i miei diritti, mi spiace, ma non li ho ottenuti».
Da qui, una riflessione sul servizio. «Io credo che la figura dell’assistente sociale vada rivista. È vero che è sempre il giudice che decide, ma lo fa basandosi sulle loro relazioni – commenta -. E credo sia anche sbagliato dover preservare la bigenitorialità a tutti i costi, soprattutto se un padre non vuole farlo o non vuole esserci. C’erano relazioni che descrivevano il mio ex come una persona narcisista, eppure per loro era “un padre idilliaco” mentre io, se mi opponevo agli incontri, risultava “ostativa”. È normale?».

«Chi ci tutela?»

A questa prima testimonianza, si affianca poi quella di un’altra donna del territorio che ha rischiato di perdere la propria figlia. Una vicenda, che anche in questo caso risale al passato, durata oltre dieci anni. «I servizi sociali sono intervenuti quando mia figlia andava alle elementari. Io mi ero separata e il mio ex compagno era da tempo che non mi passava più neanche gli alimenti. Nemmeno con la bambina era un padre presente e purtroppo mia figlia, anche ora che è cresciuta, porta ancora i traumi di quella situazione. Ricordo una relazione in cui scrivevano che la bambina viveva in una sfera di cristallo e che non si rapportava con la realtà dato che in casa mia c’erano tanti giochi e tanti vestiti. Ad un certo punto, l’assistente sociale ha chiesto un affido momentaneo ad un’altra famiglia e per evitare una decisione simile era intervenuta la mia pediatra con una lettera inviata al giudice», ripercorre la mamma che, durante il suo racconto, continua a ripetere più volte «io ho rischiato di perdere mia figlia». «Quel periodo l’ho vissuto malissimo, battevo i denti dalla paura. Per fortuna, il giudice non ha accolto la richiesta. Mi ha salvato la vita, altrimenti – ammette – non so cosa avrei fatto. Forse, non sarei qui a raccontarla». Parole forti da cui, a distanza di anni, trapela ancora tanta rabbia. «Il problema è che gli assistenti sociali io li ho visti solo due volte e non mi frequentavano realmente. Non ti conoscono – argomenta la donna -. Vorrei che tirassero fuori le competenze con cui possono intervenire per togliere il bambino in poco tempo». E il focus si sposta proprio sul ruolo dei servizi sociali. «Loro dovrebbero essere un supporto – riflette -. Il Codice civile dice chiaramente che i bambini vanno tolti solo se c’è un pericolo di vita, altrimenti il compito degli assistenti sociali dovrebbe essere quello di sostenere le fragilità delle famiglie. Ma, purtroppo, non sempre è così».
«Vorremmo accendere i riflettori su un metodo che, purtroppo, non sempre funziona», è la denuncia unanime di alcune delle donne – ma anche uomini – che, con un peso ancora sul cuore, ci hanno affidato le loro storie.
Una situazione di carattere non solo locale ma che ora inizia a fare rumore anche a Settimo. «Spesso, vengono dati diritti anche ai genitori maltrattanti che devono essere genitori a tutti i costi anche se, in realtà, non lo vogliono», fa notare una delle mamme. «Non sempre funziona il metodo – è il messaggio che trapela dalle testimonianze raccontate su queste colonne -. Chi è che ci deve tutelare? A chi bisogna rivolgersi per vedere davvero rispettati i nostri diritti?».

Oltre alle mamme, la rabbia di un papà: «Ero solo, davanti ad un muro di gomma»

Tra le testimonianze che La Nuova Periferia ha raccolto nell’arco di questi mesi non ci sono solo donne vittime di violenza. E soprattutto, non ci sono solo madri.
A raccontarci la propria esperienza, infatti, è anche un papà residente a Settimo che da anni ha perso l’affidamento delle proprie figlie. La sua dolorosa esperienza inizia in seguito alla diagnosi di depressione della moglie, dopo la nascita della seconda figlia. A quel punto, inizia una lunga vicenda giudiziaria che ha visto come epilogo l’allontanamento delle due bambine dal nucleo familiare. «All’inizio, mia moglie era stata presa in carico dai servizi sociali e dal centro di salute mentale. Io facevo l’agente di commercio e guadagnavo bene ma poi la situazione è degenerata, ho perso la casa e anche la situazione economica è diventata pesante», racconta, sottolineando di aver fatto «i salti mortali con le bambine». «C’è stato un susseguirsi di assistenti sociali ma io ho avvertito come un muro di gomma, mi sono sentito preso in giro. La storia è andata avanti per 7 anni e dopo 7 anni non vedevo nessun tipo di aiuto», prosegue il papà, rimarcando di non aver ricevuto nessun tipo di proposta neanche per provare a sopperire alla situazione di fragilità economica. «Ad un certo punto, mi sono separato definitivamente e mi sono trasferito solo con le bambine in un’altra casa per evitare qualsiasi tipo di problematica con mia moglie. La sua situazione, ormai, era diventata insostenibile», ricostruisce. Una decisione che, però, non ha migliorato i contorni della vicenda legale. «Le bambine mi sono state portate via quando avevano 11 e 8 anni, dalle stesse persone che le andavano a prendere a scuola. Sono state loro a comunicarglielo. Io potevo vederle solo una volta al mese, nei luoghi neutri. Ma, anche in quel caso, non avevo la mia libertà e dovevo stare attento addirittura ai giochi che proponevo alle bambine. Le mie figlie continuavano a dire che ero un buon padre, ma non è bastato e ad un certo punto mi è stato detto che non volevano vedermi – dichiara -. Da quel momento, sono rimasto genitore per gli obblighi. Ad esempio, quando c’erano da pagare le rette all’università». Negli anni, l’uomo ha poi provato a ricucire un rapporto con le proprie figlie. «Ma io mi sono perso tutta la loro crescita ed è un tempo che non mi ridarà indietro più nessuno – si sfoga -. È stata strumentalizzata ogni mia frase e qualsiasi atteggiamento. Io ero esasperato, a volte ho anche esagerato nei modi, ma contesto il fatto di non aver mai avuto un aiuto concreto. Ripeto, sono stato genitore solo per gli obblighi. Se mi sento una vittima d’ingiustizia? Sì, e non penso di essere l’unico ad averla subita».