Un cognome che potrebbe far pensare a una vita facile e agiata. Ma la storia di Gilda Moratti è piena di sfide e coraggio. Dalla lotta in difesa della natura a quella più personale, contro la malattia. Affrontata grazie al sostegno della famiglia, a partire dalla madre Letizia. Da sempre impegnata nel volontariato, ha fondato insieme ad Andrea Crosta, ex consulente di security, l’organizzazione Earth League, che collabora con i governi e i servizi segreti per combattere il traffico di specie protette. Con lui ha preso parte a missioni sul campo in Sud Africa, Kenya, Mozambico, Somalia e Messico, su cui sono stati girati due film prodotti da Leonardo DiCaprio: “The Ivory Game” e “Sea of Shadows”. Poi un tumore all’ultimo stadio e una nuova sfida. Gilda ha raccontato la sua storia nel libro “Terra”. Che si conclude con questa frase: “Vivo con una profonda gratitudine per quello che è e sempre sarà”.
L’abbiamo intervistata in occasione della sua partecipazione al programma “Aria Pulita”, ospite di Simona Arrigoni.
Come nasce l’idea di questo libro?
«Ho sempre inseguito i sogni, ed è sempre stato un mio grande sogno scrivere. Ho sempre scritto, i miei diari dappertutto e due romanzi che sono rimasti nel cassetto. “Terra” nasce da un bisogno di condivisione, avevo bisogno di condividere una storia della mia vita».
Perché “Terra”? Un libro particolare già per la sua estetica, dal colore al materiale.
«Ho studiato ogni aspetto del libro, meditandolo a lungo. Terra è la protagonista, ed è anche il nostro pianeta, la nostra mamma. Mi è piaciuto molto impersonificarla, mi piace questo nome, che risuona nel mio profondo».
Segno di un legame profondo con la terra e tutta la vita, che l’hanno portata poi a fare certe scelte nella vita?
«Sono sempre stata in connessione con la terra, fin da piccola avevo bisogno di stare fuori dalla città e in mezzo alla natura, sentire le stagioni. Amo stare sempre a piedi scalzi, ho proprio bisogno del contatto con la terra, in tutte le sue forme, alberi, animali… Poi nel corso della vita ho lavorato per la terra, lei era il mio capo. Lavoravo per lei e per i nostri coinquilini, gli animali e le piante, ho sempre cercato di proteggerla».
Ecco, come arriva a questo lavoro?
«Ho lavorato per dieci anni nel mondo dell’arte contemporanea, ma ho deciso di chiudere quel capitolo. Dopo lo tsunami che nel 2004 ha colpito l’Oceano Indiano, ho vissuto per un lungo periodo in Sri Lanka. Ho visto cosa succede quando la terra si muove, cambia. Nel 2010 ho iniziato a lavorare con il fotografo Gregory Colbert: con lui ho fatto numerosi viaggi, in luoghi remoti, e ho visto tanti aspetti del pianeta mutare. Durante una cena con dei primatologi ho conosciuto Andrea Crosta. Lui stava iniziando ad avviare una fondazione con cui applicare l’intelligence al traffico di specie protette, un giro di affari pari a quello della droga e degli esseri umani, con svariate stratificazioni e implicazioni, dall’impoverimento delle comunità alla criminalità organizzata. La domanda di animali rari arriva soprattutto dall’America e dall’Europa, mentre i Paesi considerati poveri sono la fonte. Un traffico molto complesso e profondo, buio, con implicazioni politiche radicate. Quando Andrea mi ha proposto di fare questa fondazione ho detto subito sì. Abbiamo sviluppato molto questa attività, attraverso informatori e incontrando personalmente i trafficanti. La mente delle operazioni era l’altro socio, Francesco Rocca, che verificava le informazioni, poi io e Andrea capivamo quelle da passare alle autorità. Certe volte dovevamo incontrare gli informatori sul campo – che spesso erano vicini ai trafficanti -, e quindi dovevamo creare la nostra storia fittizia per entrare in contatto con loro, raccogliendo informazioni anche con microfoni nascosti».
Era proprio in prima linea, non ha mai avuto paura?
«Sì, tante volte, e non sono mancati i problemi. Alcuni di noi sono stati scoperti e beccati. Poi grazie al documentario prodotto da DiCaprio, in cui non ho voluto apparire direttamente, ci siamo ingranditi e abbiamo ottenuto grandi risultati. Anche grazie all’ingresso di Mark, un ex agente Cia ed Fbi, esperto nel lavoro sotto copertura, una persona stupenda che mi ha insegnato tanto e ci ha aiutato a capire come entrare nei canali politici».
Quanto tempo è durata questa vita e come la giudicava la sua famiglia?
«Ho lavorato sul campo per 11 anni. La mia famiglia era perplessa, anche se non potevo dire tutto quello che facevo. Avevo già dei bambini piccoli, quindi c’era preoccupazione da parte della mia famiglia. Ma è stato un periodo molto intenso, che rifarei. E sono molto soddisfatta dei risultati: nel 2017 dopo il documentario “The Ivory Game”, grazie alle pressioni delle lobby e dei Paesi, siamo riusciti far chiudere alla Cina il traffico legale di avorio. Nel 2020 sono uscita, ma la Fondazione va avanti e sono ancora in contatto con loro».
Come mai aveva deciso di smettere?
«Stavo male, ero già malata ma non lo sapevo».
E qui inizia un’altra storia e un’altra sfida?
«L’11 marzo 2021 mi sono trascinata in ospedale in Svizzera, avevo un mal di schiena fortissimo. E così hanno scoperto che avevo metastasi nelle ossa, nel cervello e nei polmoni. E’ stato uno shock enorme. Ho pensato subito ai miei figli, il più piccolo aveva solo 9 mesi. Ero sempre stata quella forte, e per me essere malata era un dramma. Poi mi sono detta che era inutile fare la vittima e ho deciso di cambiare: di fare scelte differenti, di cambiare pensiero e tutto il mio modo di vivere, dall’alimentazione a ogni abitudine. Ho iniziato a studiare neuroscienze e meditazione. Sono quasi 5 anni che faccio questo percorso terapeutico. E sono ancora qui».
E’ questo che l’ha salvata?
«Ovviamente mi curo con delle medicine e delle terapie come tutti. Ma non ho mai voluto ascoltare le casistiche, mi davano due mesi… Ma non mi interessava, credo che la mente governa e il corpo segue. Ho fatto tanto lavoro mentale e iniziato a prendermi cura del mio corpo in maniera differente. Prima era solo un “veicolo” poco curato mentre ora sono molto più attenta. Non per tutti funziona allo stesso modo, io personalmente ho trovato un percorso che mi ha aiutato, non mi guarisce ma mi aiuta certamente. Mi avevano detto già dall’inizio che la testa fa tutto, affermazione che mi aveva lasciato molto dubbiosa. Cosa vuol dire? Cosa devo fare? Così ho iniziato a studiare. Ma il mio non è un consiglio, non voglio insegnare nulla a nessuno. Questa è la mia personale esperienza, se può risuonare utile anche per gli altri bene, ma non posso assicurare che funzioni per tutti. In questi 5 anni dei miei cari amici si sono ammalati e non ce l’hanno fatta. La vita è misteriosa, buffa, a volte crudele».
Quanto la sua famiglia ha contato in questa vicenda?
«Sono qua grazie alla mia famiglia. Ai miei figli – Anastasia, Lupo e Leone che adesso hanno 18, 13 e 5 anni – che sono miei maestri, mi insegnano come vivere. A mio marito Cristi, colonna portante. A mia madre. A tutta una tribù, senza di loro non ce l’avrei fatta, perché non mi hanno mai considerata malata e mi hanno sempre sostenuto, attraverso quello che amiamo fare di più, ridere e gioire, così mi hanno dato la forza».
Diceva che ha sempre avuto questo desiderio di stare all’aria aperta?
«Sempre. Sono cresciuta a San Patrignano, la prima volta che sono andata avevo 3 anni. Ricordo il fango, la nebbia e il freddo; le giornate spettacolari di maggio col sole; le colline verdi; gli animali. Poi amavo tanto la montagna: ho vissuto molto in Svizzera da piccola, il lago e le passeggiate. Milano la ricordo stretta e senza natura, anche se qui ho ancora tanti amici. Adesso vivo a Ibiza. Per me stare all’aria aperta è necessario, mi sento a mio agio. D’altronde tutti si sentono a proprio agio in un pezzo di natura, perché emana energia che assorbiamo. A tutti piace camminare a piedi nudi nell’erba o nel mare».
Il legame con San Patrignano è sempre stato importante?
«Siamo e sono sempre stata legata a San Patrignano, mio fratello vive lì e continuiamo la grande opera di mio papà».
Ecco, vuole parlare del rapporto con i suoi genitori? Il libro è dedicato a suo padre Gian Marco: “Questo libro è per te, papà, che sei diventato luce e sempre illumini il mio cammino”.
«Mio padre è il mio cuore, per me c’è sempre, anche se è andato via ed è stata molto dura, ma lo sento ancora vicino. Anche con mia mamma sono molto legata: è una donna dolcissima, molto presente anche se molto occupata. Siamo legatissime anche se molto diverse e abbiamo fatto esperienze differenti, forse abbiamo in comune la tenacia per le sfide difficili e la disciplina. Credo sia molto importante essere diversi e accettare la diversità. E’ il problema del nostro mondo: accettare la diversità aiuta a smorzare le polarità, che oggi sono talmente rigide. E ci dimentichiamo di problemi più grandi».
Ci dimentichiamo di Terra?
«La nostra Terra si muove e cambia. Anche noi abbiamo fatto dei danni – con l’inquinamento e la distruzione delle biodiversità – ma la Terra si muove di per sé, si sta spezzando a prescindere da noi. Invece di petulare e conquistare territori, sarebbe meglio pensare a come aiutare la Terra. Basta guardare i vulcani e le faglie… Di questo dovremmo occuparci. Dovremmo cambiare i luoghi dove viviamo e il nostro rapporto con la natura».