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Editoriale Meritocrazia Italia: il Neo-Personalismo Liberale

Il pensiero di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia

Editoriale Meritocrazia Italia: il Neo-Personalismo Liberale

L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “Il Neo-Personalismo Liberale”.

Libertà giuridiche individuali e solidarietà sociale: dignitas personae, bene comune, sussidiarietà Viviamo un tempo che chiede alla filosofia politica non semplici risposte tecniche, ma una rinnovata capacità di pensare l’umano nella sua interezza. Le categorie che hanno a lungo sorretto l’edificio della modernità mostrano oggi evidenti segni di affaticamento: l’individuo appare sempre più esposto e isolato, le istituzioni sempre più autoreferenziali, i processi economici sempre più sganciati da criteri di senso. Ciò che sembra mancare non è l’efficienza dei sistemi, ma la loro misura; non la razionalità procedurale, ma il fondamento umano che la rende giusta. In questo scenario si impone la necessità di ripensare il liberalismo, sottraendolo tanto alla sua riduzione minimalista quanto alle sue degenerazioni ideologiche. Occorre sciogliere i nodi di una concezione impoverita della libertà, intesa come mero spazio negativo, e restituirle una profondità antropologica capace di coniugare autonomia e responsabilità, diritti e legami, pluralismo e bene comune. È in questa direzione che si colloca la proposta di un neo personalismo liberale, inteso non come compromesso tra istanze contrapposte, ma come superamento delle loro insufficienze. La riflessione muove da un’affermazione originaria: la persona è insieme principio e fine della vita politica. Essa non è un dato secondario dell’ordine sociale, né una funzione delle strutture economiche o statali, ma una realtà ontologicamente primaria, portatrice di una dignità che precede ogni riconoscimento giuridico e ogni configurazione istituzionale. La persona non è prodotta dalla società; è piuttosto la società che trova nella persona il proprio fondamento. Da questa premessa discende una concezione della libertà radicalmente alternativa tanto all’individualismo liberista assoluto quanto al paternalismo politico. La libertà non è autosufficienza solitaria né arbitrio indifferente, ma capacità personale di orientamento, scelta responsabile, apertura alla relazione. La libertà autentica non dissolve il legame, ma lo rende possibile; non nega il limite, ma lo assume come condizione di senso. Essa è inseparabile dalla coscienza, dalla responsabilità e dal riconoscimento dell’altro come fine e mai come mezzo. In questo orizzonte di senso, il diritto non può essere ridotto a mera tecnica di regolazione né a semplice espressione della volontà dominante.

Nasce dall’esigenza di giustizia inscritta nella persona e trova in essa la propria fonte non scritta. I diritti non sono concessioni del potere, ma riconoscimenti di una realtà preesistente. Lo Stato non crea la dignità della persona, ma la presuppone; non fonda i diritti, ma li tutela. Quando il diritto perde questo ancoraggio, si trasforma in strumento di dominio o in meccanismo vuoto, incapace di proteggere realmente i più deboli. Tale approccio delinea una prospettiva politica radicata nella “metafisica della persona”, assumendo la persona come principio ontologico e criterio normativo dell’ordine giuridico e istituzionale. Esso si colloca in posizione criticamente equidistante tanto dagli esiti dissolutivi dell’individualismo nichilistico, che riduce la libertà a mera autoaffermazione priva di responsabilità relazionale, quanto dalle derive assorbenti dello statalismo di matrice hegeliana, in cui l’individuo viene subordinato alla razionalità totalizzante dello Stato, secondo la lezione di Hegel. In questa chiave, la persona non è né un monade autoreferenziale né un momento funzionale dell’eticità statuale, ma soggetto originario di dignità, irriducibile a ogni costruzione strumentale del potere. La politica, conseguentemente, non si configura come tecnica di dominio né come semplice gestione degli interessi, bensì come arte ordinatrice del vivere comune, chiamata a riconoscere, promuovere e armonizzare libertà personali, responsabilità sociali e istituzioni sussidiarie nel segno del bene comune. La politica, in un rinnovato orizzonte personalista e liberale, viene così restituita alla sua funzione autentica. Essa non è il luogo della realizzazione totale dell’umano, né l’istanza suprema che assorbe ogni altra dimensione della vita. È una mediazione storica necessaria, chiamata a creare le condizioni affinché le persone e le comunità possano svilupparsi liberamente e integralmente. La politica non salva, non redime, non perfeziona l’uomo; ma può, se ben ordinata, impedire che venga oppresso, ridotto o strumentalizzato. Questa visione riconosce la pericolosità intrinseca di ogni forma di statolatria, intesa come assolutizzazione dello Stato e sacralizzazione del potere pubblico a scapito della dignitas personae. Quando lo Stato si erge a fonte ultima del senso, del diritto e della moralità, esso cessa di essere strumento ordinatore del bene comune e si trasforma in istanza totalizzante, capace di comprimere progressivamente le libertà fondamentali e di svuotare la responsabilità personale e comunitaria. In tale prospettiva critica, la statolatria – che trova una delle sue espressioni filosofiche più compiute nello Stato etico – viene smascherata come una forma secolarizzata di idolatria politica, nella quale l’ordinamento giuridico non tutela più la persona, ma la assorbe e la ridefinisce in funzione della razionalità del potere.

Il Neo-Personalismo Liberale si oppone radicalmente a questa deriva, riaffermando la priorità ontologica e assiologica della persona sullo Stato e la conseguente natura limitata, sussidiaria e funzionale dell’autorità pubblica. Lo Stato, in questa cornice, non è fine a se stesso, ma garante delle condizioni di libertà, custode dell’ordine giuridico e promotore di una solidarietà non imposta ma generativa, capace di valorizzare le comunità intermedie e la partecipazione responsabile. La critica alla statolatria diviene così non negazione dello Stato, bensì fondazione rigorosa del suo limite, nella consapevolezza che ogni potere che si assolutizza finisce inevitabilmente per tradire la persona che pretende di servire. Quando lo Stato pretende di incarnare l’intero senso della vita etica e si presenta come fine ultimo anziché come strumento, diviene inevitabilmente oppressivo. La trascendenza della persona rispetto a ogni ordine politico costituisce il limite invalicabile del potere e la condizione stessa della libertà. La persona non può mai essere assorbita in una totalità astratta senza che la politica degeneri in dominio. Al tempo stesso, il neo personalismo liberale rifiuta con decisione ogni forma di individualismo che dissolva la dimensione comunitaria e riduca l’essere umano a monade autosufficiente. La persona è diritto sussistente, fondamento originario di una dignitas infinita che precede e supera ogni riconoscimento positivo, e proprio in questa singolare trascendenza si radica la possibilità di una convivenza autenticamente umana.

Essa abita pienamente la storia senza lasciarsene imprigionare; partecipa alla vita civile senza esaurirsi in essa. Vive nella città degli uomini senza lasciarsi ridurre ai suoi confini; obbedisce alle leggi, ma, attraverso il proprio modo di vivere, ne oltrepassa la mera lettera, orientandole al loro senso più alto; ama senza discriminare, perché riconosce nell’altro non un limite, ma una promessa. In questa condizione paradossale e feconda — essere nel mondo senza esserne posseduta — la persona custodisce la libertà dall’assorbimento e preserva la politica dalla tentazione totalitaria. La sua trascendenza non è evasione dall’immanenza storica, bensì criterio critico che impedisce allo Stato, al diritto e alle istituzioni di assolutizzarsi. Proprio perché non è una monade isolata né un individuo autosufficiente, ma un essere costitutivamente relazionale, la persona si realizza nel legame, nella cooperazione e nella reciprocità, senza perdere la propria irriducibile unicità. Ne deriva una concezione della vita comune in cui la libertà non si oppone alla solidarietà, ma la rende possibile; e la politica, liberata da ogni pretesa salvifica, ritrova la propria autentica vocazione: servire la persona, riconoscerne il primato, custodirne la dignità, promuoverne le relazioni. È in questa antropologia integrale che si fonda un ordine civile capace di coniugare pluralità e unità, diritto e giustizia, autorità e limite. La società, di conseguenza, non può essere concepita come una semplice somma di individui giustapposti, ma come una trama viva di relazioni, nella quale ciascuno è chiamato a riconoscere nell’altro non un limite, ma una possibilità di compimento. La libertà personale, in questa prospettiva, non è mai autosufficiente: essa esige un contesto sociale giusto, capace di sostenere i più fragili e di promuovere le condizioni di una fioritura condivisa. La libertà, infatti, non si dà nel vuoto, ma prende forma entro trame istituzionali, relazionali ed economiche che possono tanto favorirne l’esercizio quanto comprometterne l’effettività. Da qui discende una qualificata valorizzazione dell’uguaglianza sostanziale, intesa non come livellamento formale né come omologazione delle differenze, ma come rimozione degli ostacoli di ordine economico, sociale e culturale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. L’uguaglianza così compresa non annulla la libertà, ma ne costituisce la condizione concreta di possibilità. Tale impegno è inseparabile dal dovere di solidarietà politica, economica e sociale, che rappresenta il necessario complemento della libertà e ne impedisce la degenerazione in privilegio. La solidarietà, in questo senso, non è un correttivo paternalistico né un’imposizione eterodiretta, ma una responsabilità condivisa, radicata nella comune dignità delle persone e nella consapevolezza della loro reciproca dipendenza.

Solo in questa armonia dinamica tra libertà, uguaglianza e solidarietà la persona può realmente dispiegare la propria vocazione e la comunità politica può dirsi autenticamente ordinata alla dignità umana. In tale contesto, la solidarietà non appare come un’aggiunta esterna alla libertà, bensì come la sua forma matura, quella che consente alla libertà di oltrepassare l’autoreferenzialità e di tradursi in generatività sociale. Essa, tuttavia, non può degenerare in assistenzialismo, pena la produzione di dipendenza, inerzia e de-responsabilizzazione.

La solidarietà autentica è sempre abilitante, orientata all’autonomia della persona, alla valorizzazione delle sue capacità e alla partecipazione attiva alla vita comune. In ciò si manifesta, ancora una volta, la cifra propria di una politica personalista: sostenere senza sostituire, aiutare senza assorbire, promuovere senza dominare. Il neo-personalismo liberale afferma con chiarezza il principio di sussidiarietà quale espressione del rispetto dovuto alla capacità delle persone e delle comunità di agire, di assumersi responsabilità e di costruire dal basso forme di vita comune. La sussidiarietà non è mera tecnica di distribuzione delle competenze, ma autentico criterio antropologico e politico: essa riconosce che la vitalità di una società dipende dalla libertà responsabile dei suoi soggetti e dalla ricchezza delle relazioni che essi sanno generare. Dove tutto è centralizzato, la libertà tende a indebolirsi; dove la persona è responsabilizzata, la società si rafforza e si rigenera. In questa cornice, anche l’economia viene sottratta a ogni pretesa di neutralità etica. Essa non costituisce una sfera autonoma e autoreferenziale, ma una dimensione dell’agire umano e, come tale, deve essere ordinata al bene integrale della persona. Il lavoro non è una merce tra le altre, bensì espressione della creatività, della dignità e della vocazione relazionale dell’essere umano; l’impresa non è soltanto uno strumento di massimizzazione del profitto, ma un luogo di cooperazione, di corresponsabilità e di produzione di valore sociale; il mercato, infine, non è un fine ultimo, ma un mezzo che deve restare al servizio della persona e della comunità. Quando l’economia perde il riferimento alla dignità umana, essa tende a produrre esclusione, disuguaglianze e nuove forme di marginalità; quando invece lo recupera, può divenire fattore di sviluppo autentico, capace di coniugare efficienza, giustizia e solidarietà. In tal senso, si propone una visione economica umanamente orientata, nella quale la libertà d’iniziativa si accompagna alla responsabilità sociale e la crescita si misura non solo in termini quantitativi, ma nella qualità delle relazioni e delle opportunità offerte alle persone. La democrazia, in questo orizzonte, non si esaurisce nella regola della maggioranza né nella pura procedura. Essa vive del riconoscimento della persona come fine e non come mezzo, del rispetto della libertà di coscienza e del primato della persuasione sulla coercizione, che costituisce il tratto distintivo di ogni autentico ordine democratico. Senza questo fondamento antropologico, la democrazia rischia di ridursi a meccanismo formale, esposto tanto alla tirannia della maggioranza quanto alla tecnocratizzazione del potere. Il dissenso non si configura come una minaccia all’unità politica, ma come una risorsa vitale, capace di rigenerare il confronto pubblico e di impedire la cristallizzazione del potere. Analogamente, il pluralismo non è un problema da neutralizzare, bensì una condizione costitutiva da abitare, che richiede istituzioni inclusive, linguaggi dialogici e una cultura politica orientata al riconoscimento reciproco. La democrazia sostanziale, così intesa, è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale della persona umana e, proprio per questo, a superare tanto le chiusure identitarie quanto le derive sovranistiche che ciclicamente riaffiorano nel dibattito pubblico, spesso come risposta semplificata a paure complesse.

Ogni potere che si concepisca come assoluto, impermeabile ai limiti giuridici e morali, finisce inevitabilmente per tradire la propria funzione originaria e per scivolare in forme più o meno esplicite di dominio. In questa prospettiva, la Terza Repubblica è chiamata a inaugurare una nuova stagione di partecipazione intellettuale e civile, alimentata da una visione del futuro positiva e inclusiva, nella quale la cultura del dialogo si affermi come via privilegiata, la collaborazione come stile condiviso e la conoscenza reciproca come metodo e criterio dell’agire pubblico. Tale orizzonte non si configura come ideologia chiusa, ma come spazio di senso aperto, capace di accogliere e mettere in relazione culture e tradizioni diverse.

Questo movimento di pensiero politico concepisce il merito non come affermazione solitaria o competizione esasperata, ma come co-costruzione, come sinfonia delle diversità chiamate a generare valore comune. Non pretende di offrire soluzioni definitive né di delineare un sistema perfetto, ma intende indicare una direzione: ricondurre la politica alla misura dell’uomo, il diritto alla sua sorgente, l’economia al suo fine autenticamente umano, la libertà alla sua verità più profonda. Non nostalgia del passato, ma responsabilità verso il futuro.

Non evasione dalla complessità, ma assunzione lucida e consapevole di essa. Non utopia astratta, ma un realismo alto, fondato sulla centralità della persona.