Nella serata di domenica 1 febbraio 2026, Alberto Trentini è stato ospite del talk show “Che Tempo Che Fa“, condotto da Fabio Fazio sul Nove. Per la prima volta, il cooperante del Lido di Venezia, che operava per la ONG “Humanity & Inclusion“, ha raccontato pubblicamente sia cosa è accaduto il 15 novembre 2024, quando è stato arrestato in Venezuela senza alcuna accusa formale, sia cosa è successo nei 423 giorni che ha trascorso nel carcere El Rodeo I, fino alla liberazione avvenuta il 12 gennaio 2026.
Presenti in studio anche la mamma Armanda Colusso e l’avvocato Alessandra Ballerini.

“Che Tempo Che Fa”, Alberto Trentini racconta la detenzione in Venezuela
“Mi sento abbastanza bene. Ho avuto tempo di riposarmi” ha esordito Alberto Trentini.
Il cooperante 47enne ha subito spiegato il giorno dell’arresto, avvenuto in un posto di blocco fisso mentre si stava dirigendo in auto a Guasdualito, verso la Colombia.
“Io non sapevo di essere un ostaggio. A gennaio del 2025, il direttore ci ha detto che eravamo pedine di scambio. L’ha detto a tre detenuti che ce l’hanno riferito. Eravamo 92 stranieri, tutti con storie simili, chi preso in transito, chi in aeroporto. Ho provato disperazione, perché nessuno sapeva quando saremmo stati scambiati”.
Alberto Trentini, infatti, rappresentava una pedina di scambio per salvare due esponenti del Chavismo.
I giorni in cella
Il suo racconto si è poi addentrato nei giorni di detenzione nel carcere El Rodeo I.
“Eravamo in una cella di due metri per quattro, con una turca e una doccia e ci stavamo dentro in due. Ci cambiavano spesso di cella”.
Il cooperante ha spiegato che le condizioni di prigionia erano dure: ai prigionieri veniva data l’acqua due volte al giorno per fare doccia e svuotare la latrina, ma solo quando volevano le guardie. Le attività di svago erano poche, c’erano pochissimi libri a disposizione e un gioco di scacchi fai da te regalato da alcuni detenuti colombiani. In più Alberto non aveva gli occhiali, sequestrati il giorno dell’arresto.
“Ne ho recuperati un paio di fortuna, per un miope come me è stato difficile, soprattutto riconoscere con chi stavo parlando”.
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Dopo il primo mese di adattamento al carcere, ad Alberto sono state concesse le ore d’aria:
“Prima una a settimana, poi due, tre, fino a cinque ore per cinque giorni alla settimana”.
Nei primi sei mesi di detenzione, il cooperante veneziano ha raccontato di essere stato molto disorientato, anche perché non ha avuto alcuna notizia dall’Italia. Dopo la prima telefonata alla famiglia, però, è riuscito a tranquillizzarsi e a riprendere controllo dei suoi pensieri.
“Non ho subito violenze fisiche, che riservavano a persone che sospettavano aver commesso qualcosa, ma violenze psicologiche sì, soprattutto legate al fatto di non sapere quando sarei stato liberato. Per fortuna ho tenuto il conto dei giorni perché li segnavo con un gessetto sul muro”.
La macchina della verità e la stanza “acquario”
Tra i passaggi più curiosi delle parole di Alberto Trentini, il racconto dell’interrogatorio con la macchina della verità.
“Due giorni dopo il fermo sono stato portato in una villa. Sono stato ore incappucciato e ammanettato, poi mi hanno portato in una stanza dove sono stato interrogato da un funzionario che ha insistito su domande legate al terrorismo e allo spionaggio spionaggio, alla mia laurea in storia. Nella sessione con la macchina della verità mi hanno fatto dodici domande che ti possono incriminare. Faceva molto caldo e loro facevano di tutto per farmi sudare, perché il sudore è un segno che stai mentendo. Con questo interrogatorio hanno cercato di giustificare la mia detenzione agli occhi del sistema“.
Il cooperante 47enne ha anche parlato dei giorni trascorsi nella stanza “acquario” del controspionaggio militare, fatta con un vetro che non ti permette di vedere all’esterno, ma che consente a chi c’è fuori di poterti vedere.
“Ci sono rimasto dieci giorni, seduto dalle 6 alle 21, fermo immobile, senza parlare e con l’aria condizionata al massimo. Quando sono entrato eravamo in 20, mentre quando sono uscito eravamo in 60. Non hanno nozioni basiche rispetto ai diritti e alla dignità della persona, sembrava che fosse naturale e non la vedevano come punizione“.
Poche informazioni sull’intervento degli USA
Riguarda all’intervento degli USA in Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Maduro, Trentini ha raccontato che dal 15 agosto 2025 è migliorato il flusso di informazioni:
“Anche se era tutto un passaparola e molto informazioni erano ingigantite dall’entusiasmo di essere liberati. Alcune notizie erano vere, altre fantasiose e dettate dall’ottimismo. Avevamo conferma sui fatti da un programma di propaganda che ci obbligavano ad ascoltare: indirettamente abbiamo capito del movimento delle navi statunitensi. Dopo alcuni giorni di ritardo, invece, abbiamo saputo del loro intervento sul campo”.
Il cooperante ha aggiunto che spesso ha avuto l’illusione di essere liberato:
“Sotto questo punto di vista, era una tortura psicologica. Una volta una delle guardie si è fatta sentire apposta mentre diceva che doveva preparare le bollette di scarcerazione di due italiani, ma poi la cosa non è avvenuta”.
Solo in fase di arresto, il 47enne ha avuto il timore di essere ucciso:
“Quel giorno mi hanno portato su una camionetta e su una strada di campagna e lì mi sono preoccupato. Però devo dire che la paura più grande era legata alla possibilità di essere torturato”.
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Il suo lavoro e come si vede in futuro
Ad Alberto è stato chiesto di spiegare in cosa consista il suo lavoro di cooperante:
“Io ho lavorato nello sviluppo sostenibile e nell’aiuto umanitario, cioè nel portare beni di prima necessità e realizzare interventi che salvano vite nelle zone del mondo dove questo è richiesto. E’ un lavoro per cui bisogna prepararsi e fare gavetta. E’ un lavoro a tutti gli effetti e non solo volontariato”.
Sul futuro, le sue idee sono chiare:
“Ora starò a casa: vedrò più avanti per il futuro, è possibile che tornerò a fare il cooperante”.
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Alberto Trentini, dopo essere tornato in Italia il 13 gennaio 2026, non ha ancora fatto ritorno al Lido di Venezia. Ha trascorso questi giorni in Veneto, con la sua famiglia, la sua compagna e ha approfittato per tornare gradualmente alla normalità, facendo delle passeggiare in montagna con la neve.
“Ringrazio tante persone per la vicinanza e per il loro lavoro, chi è qui, chi è stato vicino alla mia famiglia. Ringrazio il Presidente Mattarella, i volti noti della stampa, della tv, gli scrittori, gli intellettuali, le associazioni della società civile, i miei concittadini del Lido di Venezia e tutti i miei amici”.