Chiari (BS)

Fino alla fine del mondo, con una gamba sola

L'impresa impossibile in Patagonia di Ersilio Ambrosini, fondatore del Teamlife, nel segno del ricordo di Alessio

Fino alla fine del mondo, con una gamba sola

Oltre 1.200 chilometri in 11 giorni, pedalando in bicicletta con una gamba sola. Per dimostrare che la disabilità e la malattia possono togliere tanto, ma non possono spegnere i sogni. Si è concluso venerdì, a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, il viaggio dell’associazione  Teamlife di Chiari, che ormai da sette anni si occupa di ricerca oncologica e di sostegno ai malati e alle loro famiglie.

Ersilio Ambrosini, fondatore del gruppo, è invece tornato in Italia il 16 gennaio, dopo una pedalata estrema attraverso il Sudamerica, da Bariloche a El Calafate tra Argentina e Cile. Un’impresa che ha dell’impossibile, se si considera che Ersilio si sposta con l’aiuto di un bastone e pedala prevalentemente con una sola gamba, su una bicicletta adattata. Ma soprattutto, un viaggio dell’anima. Condiviso e vissuto nel segno del ricordo di Alessio Longoni, il giovane clarense prematuramente scomparso nel 2024, dopo una lunga battaglia contro un tumore, a soli 14 anni.

Ersilio Ambrosini con Alessio Longoni

Ambrosini, 54 anni, è un sopravvissuto. A vent’anni gli fu diagnosticato un sarcoma di Ewing dell’emibacino destro: una diagnosi improvvisa e con pochissime speranze di guarigione. Dieci anni di cure massacranti dopo, è vivo. E ha fatto di ogni suo giorno un manifesto per gli altri, che invece ancora lottano e sperano contro la malattia. Agli eventi e agli incontri negli ospedali e nelle scuole, da tempo ha affiancato le imprese sportive, spesso ai limiti dell’impossibile anche per normodotati. Imprese che lui, pur senza poter utilizzare una gamba, inanella una dopo l’altra con la grinta un po’ incosciente di un ragazzino.

Com’è la Patagonia?

Spazi incredibili. Gente semplice e accogliente, nonostante la povertà. Niente internet, e quindi niente social network per molti giorni. E’ stato un viaggio bellissimo, anche se faticoso… Soprattutto, essendo in bicicletta, è stato un viaggio lento. E per questo vedi tutto: i cavalli liberi, i ghiacciai cristallini… Abbiamo dormito in tenda tutte le notti, con un furgone al seguito per prepararci i pasti.

E perché, la Patagonia?

Quattro anni fa Alessio venne a trovarmi. Viveva tra scuola, casa e ospedale, per colpa della malattia. Eppure, con la testa, viaggiava in continuazione. Non si fermava mai. Mi portò, quel giorno, un disegno: c’ero io in bicicletta, con sullo sfondo le montagne di quell’ultimo pezzo del Sudamerica. E’ stato un po’ come se con me ci fosse anche lui. Non solo: la presenza di Alessio Longoni nel viaggio in Patagonia passa anche dai braccialetti che tutti noi partecipanti abbiamo indossato durante l’avventura. Raffigura un leoncino, simbolo della storia del giovane clarense e della sua forza. Lo portiamo in giro per il mondo, come se fosse con noi.

In bicicletta in questi anni ha percorso in lungo e in largo Croazia, Albania, Slovenia, Bosnia, Portogallo, Francia, Marocco, Spagna e ovviamente Italia. Di chilometri ne ha macinati… Cos’è per lei questo sport?

È terapeutico. Arrivare a fare queste cose, anche estreme, è ciò che mi fa sentire normale. Il dolore, la fatica, il sudore: è tutto lì, ed è una sensazione bellissima, che mi fa sentire vivo e sano. E poi è inclusivo, veramente. In Patagonia erano tutti normodotati, tranne me.

Tutto comincia con la malattia…

Avevo vent’anni. Il mio sarcoma era un tumore raro, peraltro localizzato sul bacino, difficilmente operabile. Dal 1993 al 1996 le terapie erano quotidiane. Mi dissero che avevo il 5% di chance, all’epoca. In realtà ero già considerato terminale: mi davano pochi mesi di vita. E invece, dopo un totale di dieci anni di cure, il sarcoma è sparito. Al Rizzoli di Bologna mi hanno salvato la vita. E da allora, io sono a posto.

In che senso?

Avete presente, voi «normali», quando c’è stato il lockdown? Tutti di colpo hanno perso la sensazione di essere immortali, e cioè il fatto che vi svegliate la mattina e pensate che dovete andare al lavoro, ai guai della quotidianità… Io tutto ciò l’ho vissuto 34 anni fa. Da allora mi sveglio ogni mattina e dico: «Wow, un altro giorno!». Ecco, io durante il lockdown sono partito in bicicletta e sono arrivato a Siena, di nascosto. Di stare fermo non ne voglio sapere. E sono sereno: una moglie che mi è stata sempre accanto, anche nella malattia, una figlia… E ho una missione.

Teamlife, appunto…

L’associazione compie sette anni proprio in questi giorni, era il 2019 quando la fondammo io e Claudio Lazzaroni. L’obiettivo è sempre stato quello di dare una mano. I pazienti oncologici non hanno bisogno di supereroi, ma di persone in cui possano vedere un futuro. Ormai siamo un centinaio di persone, che lavorano attorno a questo progetto e che non posso che ringraziare ogni volta per quello che fanno.

Quest’anno, purtroppo, con una persona in meno…

Il nostro Simone Bulli (mancato per un malore sul lavoro a Chiari, proprio lo scorso mercoledì 7 gennaio, ndr). Ero in Patagonia quando mi è arrivata la notizia della tragedia. Non potevo crederci. E’ stato un fulmine a ciel sereno per tutti. Un pezzo di questa impresa è stata sicuramente anche per lui.

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