Rivarolo Canavese (TO)

Vanchiglia blindata dopo lo sgombero di Askatasuna: la vita sospesa di un artista rivarolese con sclerosi multipla

Da oltre un mese Daniele, 43 anni, combatte non solo con la malattia ma con barriere, controlli e mezzi militari sotto casa: «Mi hanno tolto l’autonomia, il lavoro e il diritto di muovermi»

Vanchiglia blindata dopo lo sgombero di Askatasuna: la vita sospesa di un artista rivarolese con sclerosi multipla

Vanchiglia blindata dopo lo sgombero di Askatasuna: la vita sospesa di un artista rivarolese con sclerosi multipla. Da oltre un mese Daniele, 43 anni, combatte non solo con la malattia ma con barriere, controlli e mezzi militari sotto casa: «Mi hanno tolto l’autonomia, il lavoro e il diritto di muovermi»

Vanchiglia blindata dopo lo sgombero di Askatasuna

Attraversare una strada. Pochi metri, una manciata di passi. Per Daniele, 43 anni, artista rivarolese che vive a Torino, nel quartiere Vanchiglia, quell’attraversamento è diventato una prova quotidiana, fisica e mentale. Da casa sua, al civico 27 di via Guastalla, al piccolo studio-galleria dove lavora, al numero 25 della stessa via, ci sono meno di trenta metri. Dal 18 dicembre, però, quella distanza è diventata un confine invalicabile.

Un passo indietro…

Lo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto all’alba di quel giorno in corso Regina Margherita, ha segnato una svolta per il quartiere Vanchiglia. L’operazione, legata alle indagini sugli scontri e alla presunta violazione del patto con il Comune, ha portato alla chiusura definitiva di uno spazio storico dell’antagonismo cittadino. Da quel giorno, l’area è stata presidiata stabilmente dalle forze dell’ordine, con strade filtrate, barriere e accessi riservati ai residenti, trasformando di fatto una parte del quartiere in una zona blindata per settimane.

La “lotta” di Daniele

Daniele combatte da quindici anni contro la sclerosi multipla. La malattia ha colpito soprattutto le gambe, in particolare la destra, che non risponde come dovrebbe. Si muove con due bastoni, dosando ogni passo, ogni appoggio. La sua autonomia è una conquista quotidiana, costruita con fatica, disciplina e arte. Ma dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna e la conseguente “militarizzazione” del quartiere, quella fragile autonomia si è incrinata. Camionette delle forze dell’ordine, barriere, mezzi con i motori costantemente accesi hanno trasformato il suo tragitto abituale in un percorso a ostacoli. «Un’operazione semplicissima è diventata un’impresa», racconta. Per arrivare in studio, dove prima impiegava dieci minuti, ora ne servono almeno venti, quando va bene. A peggiorare la situazione, una costola dolorante per una brutta caduta in casa, che rende doloroso anche respirare. Una volta dentro lo studio, il disagio non si attenua.

Lavorare è impossibile

I gas di scarico dei mezzi in sosta permanente filtrano dalle vetrine. L’aria è irrespirabile. La concentrazione svanisce. La vena creativa si spegne. «L’idea di fare arte in un luogo chiuso, in una prigione, è inconcepibile», dice. Dal 18 dicembre un nuovo progetto è fermo sul tavolo. E con lui il lavoro. I clienti non passano più, nessuno entra. In un mese non ha venduto un solo quadro.

La perquisizione

Come se non bastasse, qualche giorno dopo l’Epifania Daniele viene perquisito. Quaranta minuti al freddo, temperature sotto zero, da quegli stessi agenti che lo vedono ogni giorno arrancare, attraversare, tornare a casa la sera. «Un freddo fisico, ma soprattutto mentale. Il sorriso è andato via, le lacrime anche. È rimasta la rabbia».

L’indipendenza che non c’è. più

Per giorni, per sicurezza, Daniele ha affrontato il percorso con una sedia in una mano e i due bastoni nell’altra, con la paura che le gambe potessero cedere, come già successo. «Non ho più autonomia. Per la spesa dipendo da mia madre, che viene da Rivarolo. Io avevo costruito la mia indipendenza, ora me l’hanno tolta».

Il “dialogo” a senso unico

Il quartiere, intanto, è sostanzialmente tranquillo. Nessun disordine, nessuna violenza. Solo una sera, una protesta pacifica con un megafono. Eppure le conseguenze della chiusura ricadono sui residenti: anziani costretti a lunghi giri per raggiungere il mercato, persone fragili isolate, vite rallentate. Daniele ha scritto alle istituzioni, al Comune, al Prefetto, ai vigili urbani. Solo una telefonata, una promessa: «Si risolverà a breve». Nulla è cambiato. Resta la frustrazione di sentirsi privato non solo del lavoro, ma di un diritto essenziale: muoversi, vivere, essere autonomo. «Sono un residente che chiede solo di andare a lavorare e tornare a casa a dormire. Una cosa basilare. Un diritto fondamentale che oggi non ho più».

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