L’ombra nera, installazione iconica di Carla Crosio (che è stata allestita in eventi e sedi espositive di tutta Italia, sempre con modalità diverse), è già posizionata nella ex chiesa di San Vittore, ed è già visibile passando da Largo D’Azzo, anche se l’allestimento deve essere ancora rifinito.
E’ una presenza che “colonizza” la bella chiesa Barocca. Un “tappeto di oscurità” che esattamente come “disturba” l’architettura dell’edificio, dentro di noi deturpa tutto ciò che di buono e di bello l’Umanità sa fare, per tante meraviglie che si realizzano alla fine sembra emergere sempre nella storia. L’ombra è la tensione dell’Uomo all’autodistruzione, la melma che lo risucchia nella palude. Ed è ciò che è successo con la Shoah, ma anche oggi si manifesta in vari modi, e ci turba.

L’installazione è nata apposta per il Giorno della Memoria ed è a cura di Elisabetta Dellavalle, con la collaborazione dell’Arcidiocesi di Vercelli (Ufficio Beni Culturali), della Comunità Ebraica di Vercelli e del Centro Culturale “Studio Dieci”.
Lo scorso lunedì primavercelli ha potuto visionare una fase dell’allestimento, l’enormità della realizzazione di Carla Crosio, rete metallica e involucro di plastica nera dei sacchi della spazzatura, scorre come un fiume verso l’altare, una volta rifinita un sapiente gioco di luci e anche di suoni completerà il forte impatto emotivo che rappresenta.
Gian Piero Prassi
L’installazione verrà ufficialmente inaugurata il 27 gennaio 2026 alle 17. L’opera resterà ‘on-site’ e visibile a tutti, tutti i giorni, fino al 27 febbraio 2026.
L’idea progettuale e le informazioni
Ecco il testo esplicativo dell’installazione.
L’idea progettuale e la cura critica di Elisabetta Dellavalle intendono celebrare il Giorno della Memoria con l’esigenza di ‘segnare’ in modo tangibile e inequivocabile, allo scadere annuale di una data così fortemente evocativa dell’Olocausto, quanto in effetti l’Umanità non abbia imparato nulla dagli errori pregressi, riproponendoli nel presente, temibilmente nel futuro.
Dal testo critico estrapoliamo: ”Anime e corpi, travolti dall’insensata e infinita brutalità umana, cercano in perpetuo una via d’uscita, la luce nel buio, il respiro nel vuoto. Nell’ansimare impercettibile di quest’ombra silente li percepiamo ancora tra noi, sottilmente presenti, eterni e immortali. Come le nostre colpe».
La forza emotiva dell’installazione
La forza emotiva dell’installazione della gigantesca opera di Crosio, che con il nome ‘Ombra pericolosa’ è appena stata protagonista di Paratixxima a Torino ed è stata oggetto di cure e testi critici di Gillo Dorfless, Marco Rosci, Luca Massimo Barbero, Lorella Giudici, Livia Savorelli ed ora è, per una sua porzione, nella collezione permanente della Fondazione Umberto Mastroianni di Arpino, viene arricchita dalla silente spiritualità del luogo in cui si rivela, l’ex Chiesa di San Vittore di Vercelli, gioiello del barocco piemontese.
Le collaborazioni
Un luogo che, grazie alla tenace scelta progettuale verso il contemporaneo di Daniele De Luca, direttore dei Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Vercelli, è diventato negli anni punto di riferimento dell’arte in città.
“Quello che resta” ha inoltre il sostegno, sentito e partecipato, della Comunità ebraica di Vercelli (con Biella, Novara e VCO) nella persona della sua Presidente, Rossella Bottini Treves.
L’allestimento si avvale della collaborazione del Centro Culturale Studio Dieci Vercelli, della cura degli effetti sonori di Emma Rastaldi e della consulenza tecnica per le luci di Claudio Manzo.
Quello che resta della nostra umanità
Testo critico di Elisabetta Dellavalle
Questa volta non entri tu, come dantesca narrazione vuole, ma esce lei.
Disgustata di quanto l’Uomo sa fare, ora la Terra si muove, si apre e se ne libera. Qui.
Non è bastato aprire i cancelli, abbattere fili spinati e vedere in faccia l’Orrore.
Non sono bastate montagne di capelli e di occhiali, di denti e valigie, e poi ossa su ossa, fino alla fine del mondo, fino alla fine del giorno.
Non è bastato, se poi uguale e terribile orrore è stato ancora perpetrato, si sta ora infliggendo, si patirà domani.
Davvero non abbiamo capito, o non vogliamo capire.
O, forse, la morte dell’altro non ci tocca.
Inutile dire che l’altro, per l’altro, siamo noi.
E allora eccola qui, quest’onda lenta e maestosa che riemerge dal fondo, dagli anfratti più torbidi e nascosti del nostro passato, e che per uscire alla vita sceglie, per farlo al meglio e con maggior potenza, proprio un altare, simbolo di cerimonie e sacrifici, di battesimi e de profundis. Nell’immensa fluidità di questo scorrere nero e lucente non puoi non pensare a ciò che nasconde, ricopre, magari riscalda.
Anime e corpi, travolti dall’insensata e infinita brutalità umana, cercano in perpetuo una via d’uscita, la luce nel buio, il respiro nel vuoto. Nell’ansimare impercettibile di quest’ombra silente li percepiamo ancora tra noi, sottilmente presenti, eterni e immortali. Come le nostre colpe.
Così ora non abbiamo più scuse: il risultato delle nostre azioni ce l’abbiamo finalmente davanti agli occhi, ci rimbomba nelle orecchie come vento che soffia perenne, ci brucia la vista con lampi di fuoco, abbaglianti, taglienti. Non abbiamo più scuse e a nulla vale girare la testa, andare per via, scrollare le spalle.
Tanto ciò che hai visto e udito ti resta tatuato nel cuore per sempre, hai voglia a far finta di nulla.
Messo di fronte a ‘Quello che resta’ della nostra umanità, ormai sei cambiato.
Per sempre.
elisabetta dellavalle
perilventisettegennaio