Giuseppe Bernardini, il 45enne pizzaiolo di Carate Brianza, accusato di aver ceduto la dose di droga che ha ucciso la 26enne Karine Cogliati, e di averla abbandonata successivamente in un bosco nei pressi del fiume Lambro, ha chiesto di accedere a un percorso di giustizia riparativa.
Un’istanza su cui è chiamato a decidere il Centro per la giustizia riparativa attivo a Monza, ma sulla quale un segnale di apertura è arrivato dai genitori della 26enne, che si sarebbero detti disponibili anche a partecipare anche personalmente al cosiddetto dialogo riparativo.
Il processo in corso a Monza
E’ quanto emerso dal processo in corso davanti al tribunale di Monza, nel quale l’uomo deve rispondere dei reati di morte in conseguenza di altro reato, occultamento di cadavere, e di una serie di cessioni di droga a un gruppo di tossicodipendenti del comune brianzolo di cui faceva parte anche la giovane Karine Cogliati.
Il gup ha rimesso la decisione agli specialisti del Centro specializzato di Monza, per valutare, in base alle loro linee guida, se i tempi e le circostanze del caso (modalità del fatto, tipo di reati) sono adeguate per provare a intavolare un dialogo riparativo con i familiari della donna (i quali si sono anche fatti carico di loro nipote, una delle figlie della vittima), come previsto nell’istituto introdotto dalla legge Cartabia.
Il procedimento penale, invece, va avanti parallelamente per il suo corso alla prossima udienza di maggio, con il rito abbreviato.
La morte della giovane per overdose a Carate Brianza
Ad abbandonare il corpo della 26enne a febbraio 2025, dopo una serata trascorsa con la stessa ad assumere droga in un motel di Lissone, era stato lo stesso Bernardini, che per questa vicenda era già stato identificato e denunciato a piede libero per il reato di occultamento di cadavere pochi giorni dopo il fatto, per essere poi messo ai domiciliari quando le perizie hanno chiarito che a uccidere la giovane era stata una overdose di cocaina che gli avrebbe fornito lui stesso.
Quest’ultimo, secondo le accuse, avrebbe gestito un giro di spaccio a un gruppo di tossicodipendenti, ai quali offriva anche lavoro saltuario come addetti per le consegne per il suo locale. Karine Cogliati era una di loro. Quella sera, dopo il turno, invece di andarsene via con il fidanzato, lei era rimasta con il titolare, spinta dal desiderio di drogarsi.
Insieme nella stanza del motel avrebbero assunto alcol e cocaina, fino al malore che le era stato fatale, verificatosi a circa mezzanotte tra il 14 e il 15 febbraio scorsi. Trascorsa la notte nella stessa stanza in cui giaceva la giovane priva di vita, Bernardini, al mattino, aveva trasportato il corpo della 26enne (raggomitolato e legato con le maniche di una felpa per rendere più facile il trasporto) fino a Carate Brianza, dove era stato lasciato nella vegetazione, e dove era rimasto fino alla scoperta effettuata il 16 febbraio, da un pescatore di passaggio