Le asportò un neo su un tavolo da cucina, senza anestesia ed esami istologici. Il medico Paolo Oneda dovrà risarcire la famiglia di Roberta Repetto, lo ha deciso la Cassazione.
“Giustizia è stata fatta” ha commentato a caldo la sorella di Roberta, Rita Repetto. Una giustizia fatta di documenti, ricorsi, lacrime e delusione. Una giustizia che la famiglia della 40enne chiavarese si è guadagnata, lottando da oltre cinque anni con le unghie e con i denti, ma che lascia comunque un retrogusto amaro.
La reazione della sorella di Roberta
“Giustizia è stata fatta, anche se tardiva e incompleta ai miei occhi”. Con queste parole Rita ha commentato la decisione della Cassazione che ha riconosciuto ieri, martedì 21 gennaio, la colpevolezza del dirigente medico dell’ospedale di Manerbio Paolo Oneda per la morte di sua sorella Roberta, avvenuta nel 2020 dopo l’asportazione di un neo nel centro olistico Anidra di Borzonasca, Genova. La Suprema Corte ha infatti stabilito che il medico aveva il dovere di intervenire e che Roberta non fu l’unica responsabile della propria fine. Nonostante questo importante riconoscimento, la sentenza per forza di cose porta con sé una grande delusione per la famiglia a causa di un ostacolo tecnico: la Procura infatti non avendo impugnato la precedente assoluzione, vede impossibile una condanna al carcere. A ricorrere in Cassazione è stata solo la famiglia come parte civile, il medico è stato dichiarato colpevole soltanto ai fini del risarcimento danni e non subirà conseguenze penali.
Una vittoria a metà
Resta comunque una vittoria per la famiglia, sebbene a metà. Ora la battaglia si sposterà in sede civile per quantificare il risarcimento.
“Anche se nessuna cifra potrà mai riportare in vita Roberta, Giustizia, seppur tardiva e incompleta, è stata fatta. Sono parzialmente soddisfatta perché finalmente è stato riconosciuto ciò che da anni sostengo: mia sorella non ha rifiutato la medicina tradizionale, non sapeva di avere un melanoma. Roberta non voleva morire”.
Oneda era stato assolto con la formula “Perché il fatto non sussiste” nel processo bis di appello a Milano. La sentenza non era stata impugnata dalla Procura generale ma solo dai parenti di Roberta tramite il legale Paolo Florio:
“Visto l’esito, ritengo che il mancato ricorso della procura generale sia stato un errore, la Cassazione ha accolto il nostro, possibile però solo in sede civile, riconoscendo la colpa ai fini del risarcimento del danno”.