Viterbo (VT)

Chiesto il processo per i fratelli calevi per sfruttamento di 104 braccianti

L'accusa contesta condizioni di lavoro degradanti e retribuzioni inadeguate nell'azienda agricola di Castel d'Asso

Chiesto il processo per i fratelli calevi per sfruttamento di 104 braccianti

Nel viterbese, la vicenda dei fratelli Calevi, titolari di un’azienda agricola a Castel d’Asso, ha raggiunto un punto cruciale con la richiesta di rinvio a giudizio per caporalato. L’accusa è grave: aver sfruttato almeno 104 braccianti, sottoponendoli a condizioni di lavoro degradanti e retribuzioni inadeguate. La procura ha delineato un quadro di sfruttamento che ha portato alla richiesta di processo.

L’udienza preliminare e le possibili difese

Il pm Massimiliano Siddi ha formalizzato la richiesta di processo per Alberto e Stefano Calevi, rispettivamente amministratore e socio dell’azienda agricola Fratelli Calevi. L’udienza preliminare è stata fissata per il 15 gennaio davanti al gup Fiorella Scarpato. Gli imputati, difesi dagli avvocati Giuliano Migliorati e Agnese Sciullo, hanno la possibilità di presentare memorie difensive, produrre documenti, chiedere il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta o la sospensione del procedimento con messa alla prova, oltre alla possibilità di accedere a programmi di giustizia riparativa. Gli avvocati Migliorati e Sciullo si occupano anche della difesa dell’azienda agricola Fratelli Calevi, ritenuta responsabile di illecito amministrativo.

Dettagli sullo sfruttamento e le condizioni dei lavoratori

Le accuse mosse ai fratelli Calevi delineano un quadro di sfruttamento basato sulla vulnerabilità dei lavoratori. Stando all’accusa, i fratelli Calevi avrebbero sottoposto i lavoratori a “condizioni di sfruttamento, impiegandoli in gravosi lavori agricoli e approfittando del loro stato di bisogno, determinato dalle precarie situazioni economiche e familiari in cui stavano, trattandosi, nella gran parte dei casi, di cittadini extracomunitari in condizione di povertà, con familiari che vivevano nei paesi d’origine e che avevano come unica fonte di sostentamento l’attività lavorativa svolta dai congiunti in Italia”. Le vittime provengono principalmente da Bangladesh e Sri Lanka, ma anche da Mali, Marocco, Pakistan, Liberia, Bulgaria, Nigeria, Gambia, India, Senegal e Guinea. Tra i lavoratori sfruttati figurano anche tre italiani, di età compresa tra i 25 e i 30 anni, residenti nella provincia di Viterbo.

Le contestazioni sulle retribuzioni e la sicurezza

Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla procura, hanno rivelato che i lavoratori percepivano “retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti nazionali e provinciali e comunque sproporzionati rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. In particolare, i braccianti avrebbero ricevuto circa cinque euro l’ora, mentre gli operai agricoli qualificati non superavano i sette euro, cifre ben al di sotto dei minimi contrattuali. Ulteriori contestazioni riguardano la “reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale e alle ferie”. I lavoratori erano costretti a turni massacranti, compresi tra le otto e le dodici/tredici ore giornaliere. Contestazioni sono state mosse anche in materia di sicurezza e igiene. Secondo il capo di imputazione, gli operai venivano trasportati ai campi su rimorchi agricoli non idonei, privi di sponde e in equilibrio instabile, mettendo a rischio la loro incolumità.

Sviluppi successivi all’indagine

L’inchiesta, avviata nel gennaio 2022 a seguito delle denunce di alcuni braccianti, ha portato al sequestro preventivo dell’azienda nel dicembre 2024. Tuttavia, il provvedimento è stato modificato il 30 gennaio 2025 dal tribunale, che ha optato per il controllo giudiziario dell’impresa per evitare ripercussioni occupazionali. La difesa dei fratelli Calevi ha evidenziato che, dopo l’ultimo controllo ispettivo di giugno 2023 e prima del sequestro, i datori di lavoro hanno avviato una riorganizzazione interna, intervenendo per sanare le irregolarità contestate e includere tutte le ore lavorate nelle buste paga.